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Caen, tour con sorpresa nella città della Normandia (ma sapete pronunciarne il nome?)

Tutti bravi ad andare in Normandia per gustarsi la magia di Mont Saint-Michel, per vedere l’Atlantico frangersi sulle mura di Saint-Malo o per passeggiare nella deliziosa Honfleur, dopo una visita nel centro di Rouen

Caen, incistata nel cuore della Normandia, a soli 12 chilometri dal canale della Manica, richiede invece lo spirito curioso del viaggiatore. Il suo fascino è trattenuto, un po’ come il carattere della gente di qui, centomila abitanti appena e moltissimi studenti (l’Università è un’istituzione e la cattedra di Storia è tra le più ambite del Paese: persino il grande Marc Bloch ha insegnato qui). Per visitarla basta una giornata intera, ma non poche ore: entrare nelle pieghe sottili di questa cittadina dove si sentono per strada il verso dei gabbiani e l’aria di mare reclama pazienza. A cominciare dalla pronuncia del nome. «Per voi italiani è impossibile», mi dice subito la guida. La dritta per approssimare l’accento degli autoctoni: la prima “a” è appena accennata, poi ci va subito la nasale (e niente “e”!). 

Caen ha avuto una storia complessa ben più della pronuncia del nome: festeggerà il millennio di vita nel 2025, visto che la prima menzione di un borgo da queste parti risale al 1025. Anche all’epoca deve aver avuto grande fascino perché, quando qui c’erano solo campagna, fiume (si chiama Orne, ed è piacevole passeggiare lungo le sue rive) e mare, il mitico Guglielmo il Conquistatore decise di costruire un importante castello, per mantenere il dominio del territorio. Parte del castello medievale resiste ancora, ancorato a un piccolo sperone di roccia da cui si gode una magnifica vista sulla città (è quella che vedete nella foto in apertura dell’articolo, con una luce che solo la Normandia sa regalare). Oggi dell’impianto originare rimangono parti delle mura, che nascondono, al loro interno, una suggestiva spianata. Conviene iniziare la visita della città da qui. 

La grande spianata dentro il Castello di Caen, foto di Marco Giugliarelli

marco giugliarelli

Tutta questa zona, dove oggi ci sono l’università, il Museo della Normandia, il Musée Des Beaux-Arts e un ampio giardino, era il cuore pulsante del castello di Guglielmo il Conquistatore, eretto anche per protegger Matilda di Fiandra, sua moglie (e cugina alla lontana). I due erano unitissimi, cosa rara per l’epoca: quando Guglielmo se ne partiva per una delle sue tante guerre di conquista, Matilda teneva salda le chiavi della città, amata e rispettata dal popolo. A questa gagliarda coppia normanna, che fece di Caen il centro propulsivo del Medioevo di Francia, la città ha appena dedicato una bella scultura, in pieno centro storico: vediamo Guglielmo e Matilda a cavallo, in una elaborazione concepita da Claude Quiesse, artista locale francese, in bronzo, ferro e ottone che nel giro di due mesi è già divenuta un’attrazione. 

La statua dedicata a Guglielmo e a Matilda, da poco presente in città, foto di Marco Giugliarelli

marco giugliarelli

La relazione tra Guglielmo e Matilda non era vista di buon occhio dal Papa e i due (furbissimi) decisero di rabbonirlo erigendo due abbazie: una dedicata agli uomini e una alle donne. Ovviamente oggi le abbazie non ci sono più (Napoleone ha fatto piazza pulita di conventi e monasteri: non c’è nemmeno la cattedrale), ma resta in piedi la fascinosa Chiesa di Santo Stefano ( qui si dice Saint-Etienne) dove, nel coro gotico con vetrate splendide, troviamo la tomba di Guglielmo (è davvero la sua: recenti studi su un femore ci dicono che risale alla sua epoca). La chiesa merita una sosta per la sua facciata austera, dirimpetto a un paio di localini gastronomici da non perdere, e per quel suo colore giallognolo che caratterizza tutti gli edifici più antichi della zona. Si chiama proprio “pietra di Caen” e venne sfruttata parecchio anche per costruire il quartiere del Marais, a Parigi, perché era facile da lavorare. 

La facciata austera della Chiesa di Saint-Etienne, a Caen, foto di Marco Giugliarelli 

marco giugliarelli

La piana attorno al castello merita un’occhiata in più: accanto al Museo della Normandia, un giardino di arbusti nasconde un prossimo importante scavo. Gli archeologi sono convinti di aver trovato in zona la vecchia sala dello Scacchiere, quella dove Riccardo Cuor di Leone avrebbe radunato i baroni della zona prima di partire per la Crociata in Terra Santa. Vedremo. Lasciato il castello e avventurandosi verso il centro, va tenuta a mente una cosa: l’area da qui fino alla stazione è andata completamente distrutta dopo lo sbarco in Normandia del ’44. Caen ha infatti patito, dal giugno al luglio di quell’anno, un massiccio bombardamento aereo e da mare che ha devastato la città (la guglia di Saint-Pierre, la chiesa più centrale, è stata abbattuta proprio da una bomba via mare). Bisogna quindi imparare a riconoscere i segni della ricostruzione, a cominciare dalla cinta del castello (la più ampia in Europa) e a certe case nel centro. Molto, per fortuna, è stato risparmiato, come il vecchio Palazzo Vescovile, oggi sede dell’ufficio del Turismo, le case in stile Belle Epoque di via Saint-Pierre e l’antico quartiere degli stampatori, oggi punteggiato di deliziose librerie (non perdetevi il Caffè Librairie, che ha un’atmosfera fuori dal tempo) e quando girovagate per la città, ad esempio nell’antica piazza del mercato, oggi densa di ristoranti dove gustarsi i piatti tipici normanni, non dimenticate che nessuna vetrata o finestra che vedete è antecedente al ’44. 

Qui la guerra ha davvero stravolto la vita della città. 

Caen, il municipio, il retro della chiesa di Saint-Etienne e in primo piano una scultura di Jaume Plensa, foto di Marco Giugliarelli 

marco giugliarelli

Non si può però andar via da Caen senza aver fatto una sosta al Musée di Beaux-Arts: anche lui ha una storia complicata: è dentro le mura del castello, con un ingresso quasi incistato nella roccia e degli interni funzionali che ne tradiscono la nascita negli anni Settanta. 

Qui dentro, nella corposa collezione d’arte che arriva sino ai nostri giorni, spicca un gioiello italiano: è il celeberrimo Sposalizio della Vergine del Perugino, un olio di 234 centimetri di altezza per 185 di larghezza, dipinto intorno al 1504 e destinato a decorare una cappella della chiesa di San Lorenzo, a Perugia. È arrivato rocambolescamente in Francia nel 1804, a seguito delle spoliazioni napoleoniche dopo aver viaggiato per terra e per mare, aver fatto una sosta al Louvre e aver girato altre 15 città francesi: all’epoca venne messo in bella vista nel primo museo fatto erigere da Napoleone in città ma i bombardamenti non risparmiarono neanche quella sede. Per una fortunata circostanza, avendo fiutato il rischio della guerra, le autorità di Caen dal ’39 lo nascosero in un’abbazia di campagna: sappiamo che venne salvato (ma maldestramente restaurato) fino a trovare pace negli anni Novanta, con un restauro che oggi ce lo conserva in tutto il suo splendore.

Tra poco – e questa per noi italiani è una bella notizia – tornerà a casa: sarà il pezzo conclusivo, diciamo il gran finale, della mostra “Il meglio maestro d’Italia. Perugino nel suo tempo”, che dal 4 marzo all’11 giugno celebrerà nella Galleria Nazionale dell’Umbria, a Perugia, i 500 anni dalla morte dell’arista che fu molto più del maestro di Raffaello, ma «il padre nobile del classicismo in Italia». La definizione l’abbiamo rubata a Veruska Picchiarelli che con Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, cura questa straordinaria mostra, concepita come un viaggio tra i meglio capolavori del Perugino, qui colto all’apice della sua carriera, finalmente omaggiato per il grande artista che è stato, la cui grazia ancora ci sorprende. 

Lo Sposalizio della Vergine del Perugino, conservato nel Museo di Caen, foto di Marco Giugliarelli 

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Veruska Picchiarelli, conservatrice della GNU di Perugia, davanti alla tela del Perugino, foto di Marco Giugliarelli 

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Un particolare del dipinto del Perugino a Caen, foto di Marco Giugliarelli 

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