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Appunti dalle rassegne stampa: grilli, congedi femminili, privacy – Roberto Ezio Pozzo

Molti degli spunti dei miei sproloqui su queste pagine mi provengono dalla non troppo salutare lettura, per di più in ore antelucane, delle rassegne stampa; una pratica alla quale mi sottopongo per imparare sempre nuove cose, ma forse pure per mitridatizzarmi dai veleni di una società che non capisco più.

Insetti a tavola

Saltando di palo in frasca, tra le notizie che i giornaloni italici propagano, riscontro un condiviso interesse per il cibo a base di grilli, vermi e schifezze consimili. Bene: ciascuno mangi quello che diavolo vuole, basta che non l’impongano a nessuno, oltre alla disposizione per cui le Asl, se trovino insettini vari nei ristoranti non comminino più pesanti sanzioni ai ristoratori. Andiamo oltre.

Artisti e politica

Trovo poi la riproposizione oltre misura delle opinioni di ”artisti” che, soltanto ogni tanto, cantano (pur con evidenti limiti tecnici e vocali) ma che pretendono d’interloquire coi capi di Stato. Basterebbe che ognuno cercasse di stare al proprio posto e facesse ciò di cui è capace. Spettacolo e politica quasi mai vanno d’accordo e si possono contare sulle dita di una mano gli artisti diventati grandi politici (ma mai entrambe le cose assieme).

Chi decida di buttarsi in politica potrebbe perlomeno smettere di cantare. Troppo comodo utilizzare  i consensi guadagnati in ambiti ben diversi da quelli della politica per ritenersi un capopopolo acclamato ed autorizzato ad interloquire ogni santo giorno con i rappresentanti eletti. Si candidino alle elezioni. Se verranno eletti, potranno, anzi dovranno fare politica. Tractant fabrilia fabri.

Digerita pure questa, guarda guarda cosa leggo sull’Ansa: in un liceo di Roma, il cui preside intende portarsi avanti col lavoro, verranno riconosciuti due giorni al mese di “congedo mestruale” (e già la volgarità del termine la dice lunga) alle ragazze che intendano così far conoscere urbi et orbi le date delle loro indisposizioni periodiche.

E la privacy? Tranquilli: quella è morta e sepolta da un pezzo. Anzi, posso affermare (e documentare punto per punto) che era già morta prima di venir solennemente tutelata con l’articolatissima disposizione di legge europea.

Tanto articolata e complessa da essere assolutamente inapplicabile, aggiungendo però una grossa palla di ferro alle caviglia delle nostre imprese, che chiedono semplificazioni per non morire sommerse dai  costi fiscali insostenibili e travolte da montagne di scartoffie e adempimenti burocratici che sottraggono tempo al lavoro vero, quello che sostiene l’azienda, permette di pagare gli stipendi ai suoi dipendenti e che fa Pil.

Tracce digitali

D’altra parte, della privacy alla gente importa così poco da non fare una piega per le sempre più numerose “tracce digitali” che ci vengono imposte. Che si usi un metodo di pagamento digitale (sistema che manda in un brodo di giuggiole i soliti comunisti a caccia dell’odiato evasore-affamatore del popolo, condivisa dai comunisti timidi che vanno matti per lo Stato che tutto controlla), che si guidi la propria auto sorvegliata dal GPS della compagnia di assicurazione, oppure che si tratti di farci localizzare dallo smartphone, il discorso non cambia.

Evidentemente, alla faccia della tanto sbandierata tutela dei dati personali – benché su quest’ultima definizione, ossia su quali siano i “dati” e quali siano anche “personali” se ne potrebbe discutere per anni – alla fine della fiera, alla gente importa zero.

Non fosse così non si permetterebbe la tracciatura digitale e si avrebbe il diritto di farlo, anche senza scomodare la farraginosa materia del G.D.P.R (General Data Protection Regulation) che, come sempre accade per qualsivoglia boiata ci venga da Bruxelles o Strasburgo, ci entusiasma come scolaretti in gita.

Siamo fatti così, cari lettori, e di questa pasta (che ormai può essere a base di farina di insetti vari) tocca cibarci, parafrasando tra pasta e minestra, ove l’alternativa sia il salto dalla finestra.

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