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Tra duelli e affaire Dreyfus, la furiosa gioventù di Proust ha segnato il suo destino

Una banda di ragazzini si trovò nelle mani il foglio che avrebbe cambiato tutto. Il progetto di petizione era partito il 2 dicembre 1897. Il bibliotecario dell’École normale supérieure Lucien Herr aveva redatto un primo elenco di uomini di cultura da coinvolgere per firmare una protesta «contro la violazione delle forme giuridiche nel processo Dreyfus del 1894» e chiedere al parlamento «di mantenere le garanzie legali dei cittadini contro ogni arbitrarietà». Non si trattava solo di far mettere un nome su un foglio. Bisognava cercare, inseguire, parlare, spiegare, dimostrare, ragionare, persuadere. E soprattutto avere coraggio. L’affaire (lo scandalo giudiziario generato, tre anni prima, dall’arresto – illegittimo – per tradimento del capitano ebreo Alfred Dreyfus) era a un passo dal suo culmine. Presto nulla sarebbe stato più come prima.

Loro erano in cinque – Jacques Bizet, i suoi cugini Daniel ed Élie Halévy insieme a Robert Proust e al fratello di questi: Marcel – ed ebbero come incarico la fase esecutiva della petizione. Si sentivano tutti pienamente coinvolti e grazie al loro entusiasmo quei 55 nomi sicuri trovati da Herr sarebbero volati per le strade di Parigi fino a raggiungere le stanze di un salotto destinato a diventare l’inevitabile centro nevralgico della petizione.

Il salotto di madame Straus

Quel salotto (al 134 boulevard Haussman, poi al 104 rue de Miromesnil) era figlio dell’infelicità. La sua sovrana indiscussa si chiamava Geneviève Halévy Bizet Straus. Avvolta in una vestaglia scura di seta leggera e sprofondata pigramente su una grande poltrona, agitava per la stanza i suoi occhi di velluto nero con mobilità febbrile. Crogiolandosi sotto un enorme ritratto di se stessa (dipinto da Jules-Élie Delaunay), incastrava un barboncino nero (Vivette) nell’intarsio compiuto dalle sue pose malate. La malinconia del suo sguardo, mitigata appena da quella festosa moltitudine, non le impediva però di rappresentare per essa uno degli spiriti più luminosi di Parigi. Qualcuno diceva che avesse adottato quel nero il giorno della degradazione di Dreyfus e che per la mondanità l’affaire era cominciato così. Con un cambio d’abito.

Il ventiseienne Marcel Proust respirava a pieni polmoni quell’atmosfera carica di passioni. La possibilità di partecipare attivamente alla grande battaglia costituiva per lui un’esperienza unica. Sua musa e confidente, Madame Straus fu la prima persona che comprese la vera natura di quel giovane. Più di quanto probabilmente lo scrittore stesso ne fosse consapevole. Per quella donna, che aveva l’età di sua madre, era ebrea come sua madre ed era rispettivamente madre e zia dei suoi compagni Jacques Bizet e Daniel Halévy, lui provò un affetto totale che sarebbe durato tutta la vita.

Durante l’affaire, proprio nel salotto di Geneviève Straus, Proust si sarebbe imbattuto in Charles Haas – modello di Charles Swann, nella Recherche – uomo di mondo elegante e abbastanza fortunato da non doversi guadagnare da vivere, apparentemente indifferente al destino della dreyfusologia. Proust, invece, alla causa credeva.

«La Francia si era divisa in due», scriveva, «da una parte l’enorme maggioranza di coloro che volevano confidare nella menzogna; dall’altra una piccola schiera che si batteva». Lui stava vivendo la persecuzione del capitano come una profanazione della madre e il frutto della sua complessa psicologia lo condusse fuori dal letto, per farlo entrare dentro un dilemma morale. Alla ricerca della giustizia perduta. Così, per la prima volta, uscì da uno stato contemplativo del mondo, riconobbe il senso della responsabilità dell’intellettuale e scelse da che parte stare. Quella della verità. E fu nel nome di questa che combatté.

In quei giorni caldissimi il giovane Marcel, muovendosi insolitamente come un agitatore radicale, passava le serate al Café des Variétés per organizzare la campagna a favore di Dreyfus. Diversamente da quanto stava accadendo ad altri intellettuali, la sua timida militanza dreyfusarda non gli aveva chiuso le porte dei salotti del Faubourg per i quali restava sempre ospite gradito. E fu forse per questo che Halévy e Bizet lo spedirono dal futuro premio Nobel Anatole France per ottenere la sua firma.

Da un paio di anni Proust era alle prese con un romanzo. Non aveva ancora un titolo e la sua stesura avrebbe coperto l’intero affaire. Così l’intero affaire si riversò su di esso. Non l’avrebbe mai finito. E, chiuso il caso, avrebbe chiuso anche il libro. In un armadio. Dove sarebbe stato trovato, per caso, solo mezzo secolo dopo. L’anno precedente, invece, era uscita la sua prima raccolta di poesie e racconti: Les Plaisirs et les Jours, in una edizione raffinatissima e costosa, con le illustrazioni, mediocri, di Madeleine Lemaire, regina del mondo intellettuale parigino, e una vistosa prefazione di Anatole France. Proust era dunque la persona adatta per andare a chiedere la firma a un mostro sacro come France. La ottenne e fu messa in cima alla lista. Fu il gesto che lo rese più fiero e che lo spinse ad autoproclamarsi «il primo dei dreyfusardi».

Poche settimane dopo arrivò il “J’accuse…!” di Zola, l’atto di denuncia che incideva finalmente, nero su bianco, i nomi dei veri colpevoli: il comandante Esterházy e, insieme a lui, lo Stato maggiore. Il giorno seguente sullo stesso giornale, L’Aurore, comparve una colonna sovrastata dal titolo: Una protesta seguito da un breve testo: I sottoscritti, protestando contro la violazione delle forme giuridiche nel processo del 1894 e contro i misteri che hanno circondato l’affaire Esterházy, insistono a chiedere la revisione.

Seguivano 104 firme. Sarebbero diventate 1482. Le prime erano quelle di Zola, France e Duclaux, poi arrivarono quelle di Trarieux, Halévy, Herr, Bizet, Monod e Fénéon. Erano scrittori, scienziati, professori, avvocati, architetti, studenti. In quel pugno di coraggiosi della prima ora, quelli che avrebbero incoraggiato tutti gli altri a uscire allo scoperto, c’era il non più timoroso e ormai temerario Marcel Proust.

L’articolo di Zola sfociò in un processo per diffamazione. La mattina del primo giorno di udienza, Proust, nonostante la sua ritrosia ad alzarsi a un’ora rispettabile, era riuscito, dal basso dei suoi stentati 27 anni, ad andare via da casa in tempo utile per sperare di trovare un posto a sedere al processo. Arrivato al palazzo di giustizia, scoprì che l’aula era stata già invasa.

Una straripante fioritura di cappelli nascondeva i sussulti di una folla fremente e in quel mare in tumulto il pubblico si era posizionato ovunque fosse possibile: stipato negli antri, arrampicato sulle stufe, seduto sopra davanzali, accomodato per terra, «con le gambe incrociate, come i turchi», davanti alla giuria. Fu così che scelse di sistemarsi anche Proust facendo attenzione a posare al suo fianco la sacca di tela che conteneva il paio di panini e la bottiglia di caffè che aveva preparato per resistere fino alla sera.

L’affaire era ormai dentro di lui. Al suo interno e nel suo contorno aveva trovato modelli e muse che non lo avrebbero più abbandonato. Un universo di figure per lui ammirevoli che, in attesa di entrare nella sua cattedrale di parole, si agitava ormai sempre più nella sua testa.

Il duello

Mary Evans / AGF

Il giorno in cui forse si predispose ad accogliere questa pienezza risaliva al precedente febbraio. L’ancor più giovane Proust si era già esposto con il suo Les Plaisirs et les Jours. Questo esordio era stato tardivamente recensito sul Journal, che bollava i suoi versi come «elegiache svenevolezze».

A metterci la firma, ma non la faccia, era stato Raitif de la Bretonne, in realtà Jean Lorrain (ma per l’anagrafe di Fécamp Paul Alexandre Martin Duval), il più sadico gazzettiere mondano della Belle Époque. Era noto per i suoi anelli gemmati che portava in ciascuna delle sue dita molli. Con quelle, il 3 febbraio 1897, aveva scritto: «Marcel Proust ha avuto la sua brava prefazione di Anatole France, che non si sarebbe tanto disturbato per Marcel Schwob, né per Pierre Louÿs, né per Maurice Barrès; ma così va il mondo, e potete star certi che per il prossimo volume Monsieur Proust strapperà una prefazione all’intransigente Alphonse Daudet in persona, che non saprà rifiutare questo favore né a Mme Lemaire né a suo figlio Lucien» (Le Journal, pagina 2, prima colonna).

Effettivamente Proust aveva una relazione sentimentale con Lucien Daudet, fratello di uno dei cronisti della degradazione di Dreyfus (e figlio, a proposito di anelli, del celebre romanziere Alphonse Daudet, l’uomo dal quale era a pranzo Zola quel giorno), ma di fronte a una pubblica rivelazione chiese che il suo onore venisse lavato.

I padrini furono per Lorrain, il romanziere Paul Adam (che in seguito sarebbe stato dalla parte di Proust nell’affaire) e il critico d’arte Octave Uzanne, che in quei giorni soffriva di una forma di nevrastenia cronica; per Proust, il pittore impressionista Jean Béraud e il maestro d’armi Gustave de Borda, spadaccino imbattibile.

Adam e Uzanne si recarono a casa di Béraud e, dopo aver discusso tutte le possibilità di conciliazione senza raggiungere un accordo, fu ritenuto inevitabile il duello. In conformità con il verbale redatto dai testimoni, Proust e Lorrain si sarebbero dovuti fronteggiare tre giorni dopo nelle vicinanze di Parigi. Proust non avrebbe mai potuto prendere parte a un duello all’alba, ora in cui di solito andava a letto.

Furono quindi concordate le tre del pomeriggio. Pioveva quel 3 febbraio 1897 e alla Tour de Villebon nel Bois de Meudon, tradizionale terreno di scontro dei parigini, il freddo cominciò a entrare nelle ossa di Proust.

L’insolito sfidante percorse il viottolo nel bosco ostentando una serenità senza pari. Fu scelta la pistola perché nessuno dei due antagonisti era in condizioni fisiche sufficienti per combattere con una spada. I duellanti si disposero a 25 metri di distanza. Puntate le armi, si scambiarono due colpi inefficaci dopo i quali i testimoni dichiararono il pareggio.

La mattina dopo, nei fatti del giorno, Le Figaro e Le Gaulois riportarono l’episodio. Oltre che per i lettori, questo aveva rappresentato una rivelazione per lo stesso Proust. Nel momento in cui rischiava di perderla, la vita gli era parsa colta da un valore nuovo. Si era sentito come osservato dal cielo e aveva percepito la preziosità della sua esistenza unica.

Se si fosse salvato, si era promesso in quel bosco, avrebbe vissuto appieno, impegnandosi e abbandonando le sue abitudini più radicate. Così aveva fatto quella mattina, svegliandosi a un orario da comuni mortali per tuffarsi nella folla in nome di quel caso che ormai riempiva la sua vita, occupava le sue chiacchiere e ornava i suoi pensieri.

Il processo Zola

AP

Nel corso del processo Zola diventò evidente l’esistenza di una manipolazione politica e militare dell’affaire. Così, da quel momento, uomini ostili a Dreyfus, come Georges Clemenceau o Jean Jaurès, iniziarono a impegnarsi nella lotta per la riabilitazione del capitano.

Gli avvocati Labori e Clemenceau erano appena riusciti a far capire l’illegalità del processo del 1894 e stavano lottando per provare la colpevolezza della vera spia, Esterházy. Il peso di questo compito poggiava tutto sulle spalle di Georges Picquart, il capo del controspionaggio. Aveva 43 anni ed era il più giovane colonnello dell’esercito francese.

Per aver sposato la causa dell’innocente era stato da poco destituito ma restava fieramente perso nel dovere della sua missione. Nelle sue risposte l’accento di un dolore inalterabile continuava a mostrare il rispetto per i suoi doveri di soldato che lo legavano a un tormentato obbligo di segretezza.

Proust era riuscito a conoscerlo qualche giorno prima del suo arresto e, quando il colonnello era stato condotto al carcere di Mont-Valérien, aveva compiuto ogni sforzo per fargli recapitare in cella una copia del suo Les Plaisirs et les Jours. Lo scrittore nutriva per lui un sentimento di sconfinata adorazione.

Da giorni non si perdeva neanche una battuta del processo, cosa che aveva portato il padre, Adrien (amico del presidente Faure, nonché tenace antidreyfusardo) a non rivolgergli la parola. Ma per Proust non era importante: aveva capito di trovarsi immerso in una stagione straordinaria della vita. E voleva respirarla appieno.

Tornando a casa per le vie di Parigi, avvertiva di camminare tra una folla di persone che non si trovavano come lui, come Jaurès e come Clemenceau, rinchiusi nella condizione di uomini la cui vita era stata cambiata. E si sentì solo e malinconico perché, in mezzo a quella gente indifferente, l’eccitazione era ormai finita. 

Quel caso, iniziato come un dramma si sarebbe poi concluso come una favola, con Dreyfus, reintegrato con il grado di chef d’escadron, onorato con la Legion d’onore e Picquart nominato generale. Quello stesso giorno, Proust condivise con madame Straus la commozione per l’epilogo felice di una causa nella quale non aveva mai smesso di credere: «È strano pensare che, per una volta, la vita, che solitamente lo è così poco, sia romanzesca.

Ahimè, in questi dieci anni abbiamo avuto tutti nelle nostre vite molti dolori, molte delusioni, molte torture. E per nessuno di noi suonerà un’ora in cui i nostri dolori saranno mutati in ebbrezza, le nostre delusioni in realizzazioni insperate e le nostre torture in meravigliosi trionfi.

Ma per Dreyfus e per Picquart non è così. La vita per loro è stata “provvidenziale”, come nelle fiabe o nei romanzi d’appendice. Ed è impossibile leggere l’ultimo “quadro” di questa mattina “nel cortile della Scuola militare, con cinquecento figuranti” senza avere le lacrime agli occhi».

La Recherche

Mentre in Italia si ricordano i 700 anni dalla morte di Dante, in Francia la ricorrenza più importante in ambito culturale, quest’anno, sono i 150 anni dalla nascita di Marcel Proust. Nato a Parigi il 10 luglio del 1871, è ricordato soprattutto per essere l’autore della Recherche, un’opera monumentale. Illustrazione di Matteo Bergamelli

Madame Straus fu la prima salonnière a ricevere Alfred Dreyfus. Quando lui varcò le porte della sua abitazione lo accolse con infinito calore: «Ah, capitano! Ho sentito tanto parlare di voi!». Dreyfus non poteva immaginare quanto. L’affaire che portava il suo nome aveva segnato il destino di quelle stanze, degli ospiti che le avevano vissute e in particolare del più giovane tra questi: Proust. Geneviève Straus ebbe un primato anche con lui: nel 1908 gli regalò cinque piccoli quaderni.

Su questi Marcel iniziò ad abbozzare i frammenti di un romanzo, À la recherche du temps perdu, che sarebbe stato profondamente impregnato dalle atmosfere dell’affaire. Non era più l’appassionato dreyfusardo dei tempi del processo Zola auto-immortalatosi nelle pagine del Jean Santeuil (così si sarebbe poi chiamato il manoscritto rimasto chiuso nell’armadio per mezzo secolo).

Proust aveva ormai maturato una visione più profonda e meno impulsiva di quell’esperienza. Nella Recherche la vicenda di Dreyfus andò a coincidere con il meccanismo interno all’intera opera. L’affaire, infatti, che nel romanzo veniva citato esplicitamente 85 volte, aveva fornito a Proust le fondamenta per la descrizione di un’intera società. Un mondo circoscritto il cui ordine esistente era stato sconvolto dalla vicenda del capitano ebreo ed era coinciso con la ridefinizione dei ruoli a partire dalle posizioni adottate.

«L’opposizione antidreyfusista», scriveva Proust in Sodoma e Gomorra, «da puramente politica che era dapprima, si era fatta sociale». E quindi egualitaria. A uno dei suoi personaggi principali, Charlus, barone Palamède de Guermantes, uomo ipersensibile, colto e dotato di temperamento artistico, Proust affidò, ne I Guermantes, il discorso chiave della rivoluzione dreyfusiana: «Tutto questo affare Dreyfus ha un solo inconveniente: quello di distruggere la società con l’afflusso di signori e signore del Cammello, della Cammelliera e della Cammelleria, insomma di gente sconosciuta che mi trovo fra i piedi persino in casa delle mie cugine solo perché magari appartengono alla lega antisemita della Patria Francese, come se un’opinione politica desse diritto a una qualifica sociale».

Le norme di accesso ai salotti aristocratici erano cambiate. E quella verità era stata colta da Proust grazie all’affaire. La qualifica sociale per varcare la porta di una madame Straus non dipendeva più dal titolo ma dall’opinione e questa trasformazione aveva reso possibile la conquista dei luoghi inaccessibili che segnavano la distanza dell’aristocrazia dal popolo («Sì, sì, va bene, l’affare Dreyfus!», sbuffa Madame de Guermantes ne La fuggitiva, «Ma allora basterebbe che la droghiera qui all’angolo si dichiarasse nazionalista per pretendere, in cambio, d’essere ricevuta in casa nostra»).

Attraverso il confronto tra due forze opposte, Proust attribuì all’affaire un altissimo valore simbolico, indispensabile per comprendere la società francese di quel tempo e forse il mondo stesso. Swann, l’eroe ispirato a Charles Haas, l’ospite più eclettico del salotto di Madame Straus, fu uno dei pochi ebrei parigini a sposare la causa dreyfusarda. La maggior parte di questi per non perdere lo status di “emancipazione” appena conquistato avevano preso le distanze dall’affaire. Ed è inaccettabile per il duca di Guermantes – si legge in Sodoma e Gomorra – che «un membro del Jockey Club» come Swann possa avere preso le difese di Dreyfus: «D’accordo, Swann è ebreo. Ma fino a oggi avevo avuto l’ingenuità di pensare che un ebreo potesse essere francese».

Conosciuto quando lo scrittore era ancora giovane, mentre lui già vicino alla tomba, un domani Proust di Haas/ Swann avrebbe scritto: «Solo perché colui che dovete aver considerato un povero imbecille vi ha reso l’eroe di uno dei suoi romanzi, oggi si ricomincia a parlare di voi, e forse vivrete».

Fu a Swann che Proust affidò il compito di dimostrare che l’affaire era stato in grado di determinare la fine di una distanza: quella tra il membro di un club e un ufficiale di artiglieria. Ed era stato quindi capace di scardinare l’immutabile equilibrio sociale dei salotti. Gli stessi che al giovane Proust – nei giorni in cui si aggirava tra la folla con quel foglio in mano – avevano dato una casa e una causa in cui credere.   

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