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Sulla violenza contro le donne il Parlamento fa due passi avanti e tre indietro

Un’altra offesa per le donne di questo Paese, un altro passo verso la rimozione del problema della violenza maschile contro le donne. Il Parlamento italiano nella riforma del processo penale ha inserito insidie e ricadute negative per le vittime di violenza che potrebbero anche influenzare negativamente la percezione della violenza maschile.

L’associazione nazionale D.i.Re Donne in rete contro la violenza ha scritto giorni fa una lettera a Marta Cartabia, ministra della Giustizia, alla senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione femminicidio, e alle deputate Lucia Annibali, Stefania Ascari ed Emanuela Rossini, invitando a correggere immediatamente il ddl 2435 e le proposte di modifica elaborate dalla commissione Lattanzi. Elena Biaggioni, referente del Gruppo avvocate D.i.Re, spiega che “è necessaria la correzione urgente di articoli che, se approvati come proposti, avrebbero pesanti ricadute sul riconoscimento e l’accertamento giudiziale della violenza maschile contro le donne, sui percorsi di uscita dalla violenza e in generale sul quadro di contrasto alla violenza in Italia, anche rispetto agli impegni assunti a livello internazionale”.

L’allarme arriva in particolare dall’articolo 8 relativo alle “Condizioni di procedibilità”, dove ai punti e ed f si propone di rivedere i casi di irrevocabilità della querela in caso di condotte riparatorie, per l’articolo il 609 bis e ter, del codice penale. Si tratta degli articoli che sanzionano la violenza sessuale e lo stalking. Se le modifiche dovessero essere approvate, basterà risarcire dei danni la vittima per ottenere l’estinzione del reato. In questo modo si esporranno le donne a vittimizzazione secondaria perché potrebbero essere indotte a ritirare la querela da pressioni, minacce, intimidazioni e indotte ad accettare il risarcimento.

Il legislatore pensa evidentemente che alle donne interessi solo il denaro e non il riconoscimento del crimine e l’elaborazione della ferita che solo un processo penale giusto e corretto può dare (per non pensare poi alla disparità economica tra violenti: solo agli stupratori ricchi potrà essere concessa l’estinzione del reato?).

La possibilità di ottenere l’estinzione del reato grazie alla messa in prova è prevista anche per maltrattamento e le ipotesi di stalking, ovvero nei casi di violenza nelle relazioni di intimità, ma “dov’è allora la sanzione efficace e dissuasiva – si chiede Elena Biaggioni – prevista dalla Convezione di Istanbul?”.

Il nostro sistema già prevede percorsi di recupero che comportano una riduzione di pena per uomini che abbiano commesso violenze, ma non viene fatta nessuna verifica sulla loro efficacia né sull’uso strumentale che ne viene fatto. Da tempo si denuncia la vittimizzazione delle donne vittime di violenza nelle cause di affidamento dei figli nei tribunali civili, perché il maltrattamento non viene preso in considerazione nemmeno in caso di rinvio a giudizio o condanna di primo grado: se basterà fare qualche percorso di recupero per ottenere l’estinzione del reato ci sarà uno sbilanciamento ulteriore a favore dei violenti sollevati da ogni accertamento sulle loro responsabilità.

L’indignazione tra le attiviste D.i.Re è altissima. Antonella Veltri, la presidente, ha detto: “Siamo di fronte ad un depotenziamento del quadro normativo che è stato costruito in anni di lotte dei centri antiviolenza – senza alcuna considerazione del fatto che, a essere penalizzate, saranno le donne e ragazze la cui vita è già stata segnata dalla violenza e che sono le prime a chiedere un processo rapido ed efficiente”.

Lo Stato italiano oscilla tra la risposta securitaria, come avvenuto con l’approvazione del Codice Rosso, e il colpo di spugna, perché con la possibilità di estinguere i reati commessi contro le donne con condotte riparatorie, percorsi di recupero o risarcimento si riduce il fenomeno della violenza maschile ad una questione privata. L’ambiguità del Parlamento sul tema della violenza contro le donne evidenzia molto bene la resistenza culturale e politica nella realizzazione di azioni volte a far emergere il fenomeno nella sua interezza e la difficoltà di far maturare una coscienza collettiva sulla gravità di una violazione dei diritti umani.

La violenza nelle relazioni di intimità non è un affare che riguarda la famiglia o le relazioni tra uomini e donne. Su questo terreno il Parlamento italiano compie due passi avanti e tre indietro dimostrando, ancora una volta, scarso rispetto per le donne e una certa malafede nel voler tenere lontane le violenze contro le donne dalla aule di giustizia. Non ci stiamo!

@nadiesdaa

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