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Spedizione in Antartide, Marco Buttu:

Un mese fa, con l’arrivo del primo contingente tecnico alla stazione Mario Zucchelli a Baia Terra Nova, ha preso il via la trentottesima spedizione italiana in Antartide che coinvolgerà 240 tra tecnici e ricercatori impegnati in 50 progetti.

Per due missioni, però sulla Costa Concordia, ha raggiunto l’Antartide anche Marco Buttu da Gavoi. Laureato in Ingegneria Elettronica, è impegnato nell’Istituto Nazionale di Astrofisica all‘Osservatorio Astronomico di Cagliari.

A Cagliaripad racconta cosa voglia dire questa esperienza e quali emozioni viva ogni volta a doverla raccontare.

Per capire bene: qual è il tuo lavoro e da dove sei partito per arrivarci?

Mi occupo dello sviluppo del software di controllo del Sardinia Radio Telescope. Si tratta di un gigante alto 74 metri che pesa circa 3000 tonnellate, quanto dieci Airbus A350 messi uno sopra l’altro, ciascuno a pieno carico con i suoi 325 passeggeri. Come tutti i radiotelescopi, osserva il cielo per catturare segnali provenienti dal cosmo, consentendoci di vedere al di là di ciò che i nostri occhi sono in grado di osservare. Invito tutti a visitarlo.

Sei stato in Antartide. Dal punto di vista lavorativo, si cosa ti sei occupato?

L’Antartide è un continente più grande dell’Europa, per cui parlare dell’Antartide in poche righe sarebbe limitativo quanto parlare dell’Europa in poche righe. Limitandomi alla mia esperienza nella stazione di ricerca Concordia, posso dire che è stata analoga a quella che si può avere vivendo in un altro pianeta. Per un lungo periodo (nove mesi di fila) si è infatti irraggiungibili dal resto del mondo e si vive nell’ambiente più ostile del pianeta, dove la temperatura scende sotto i -80°C, c’è carenza di ossigeno, il sole non sorge per circa 100 giorni di seguito, non prolifera alcuna forma di vita (nemmeno virus e batteri) e l’aria è secca. In questo posto ho vissuto per 25 mesi (due spedizioni annuali) occupandomi di astronomia, sismologia e geomagnetismo, membro di un piccolo team internazionale (13 persone nella prima spedizione, 12 nella seconda).

Dal punto di vista personale, invece, com’è viverci. Che sensazioni ti dà?

L’Altopiano Antartico è il luogo più estremo del pianeta, dal quale non si può andare via ed essere raggiunti per nove mesi all’anno. Sostanzialmente si ha la sensazione di vivere in un altro pianeta, e i lettori possono immaginarla come tale. Ricordo con grande piacere le tantissime aurore australi che hanno rallegrato il gelido altopiano antartico per l’intero periodo invernale.

Sei stato impegnato in un incontro con TEDx. Come è stato raccontare la tua storia davanti ad un pubblico?

Parlo in pubblico di frequente, anche più volte a settimana, per raccontare delle mie spedizioni. Lo speech al TEDx è stato però un incontro speciale perché ho parlato per la prima volta di un argomento differente, per cercare di rispondere alla seguente domanda: “è possibile soddisfare i desideri materialmente impossibili?”

Cosa potresti consigliare a chi vuole seguire le tue orme?

Di seguire le proprie passioni credendoci sino in fondo, applicandosi con perseveranza. Non esiste un modo semplice per raggiungere gli obiettivi, dobbiamo sempre impegnarci al massimo e lasciare qualcosa per ottenere dell’altro che riteniamo più importante. É un lavoro di selezione e costanza che dovremmo fare senza ossessionarci per ottenere un frutto dai nostri sacrifici. Dovremmo impegnarci per il puro piacere di percorrere un viaggio verso una destinazione incerta, consapevoli che il viaggio ci arricchisce ben più del raggiungimento della meta.

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