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Rossella Migliaccio: «Il mio nuovo libro, una celebrazione del colore»

Alcuni colori hanno fatto la Storia del Costume, tanto da prendere il nome del designer che li ha resi celebri: dal greige Armani al rosso Valentino. Qual è stata secondo lei la forza del loro linguaggio? 

«In quegli anni la moda era sicuramente considerata in modo meno commerciale rispetto a ora e per questo, certe cromie e collezioni, avevano il potere di diventare iconiche. Si realizzavano capi capaci di durare nel tempo e anche il colore giocava la sua parte nel creare un concetto di eleganza. Oggi siamo più alla ricerca di tendenze, e il colore, spesso, è utilizzato per produrre desideri super fashion ma momentanei».

Ci sono anche colori che caratterizzano una generazione intera, come il Millenial Pink che cita lei nel libro.

«Sì, perché le ultime generazioni sono generazioni a colori. Pensiamo ai social: il colore vince e fa più like, le immagini e i post colorfull hanno più engagement. Il bianco & nero è sicuramente elegante ma è troppo introspettivo. Bisogna soffermarsi di più e noi, ormai, siamo abituati a scrollare velocemente e, grazie al colore, recepiamo più informazioni, capaci di farci capire il messaggio. Sui social, per esempio, possiamo dire che il black & white è stato sostituito dai toni del beige». 

Torniamo un attimo al Millennial Pink, che ci ha fatto comprendere quanto tutto sia connesso: moda, cinema, design, arte. Pensiamo alla palette di Wes Anderson del suo Grand Budapest Hotel, il design dei paesi del Nord, la moda stile scandi, per esempio.

«Cinematograficamente il colore crea le atmosfere. In tantissimi film è protagonista, anche se noi spettatori ne siamo più o meno consapevoli. Proprio Wes Anderson ne ha creato la sua firma. Pensiamo anche alle prime vere consulenti di immagini: le costumiste di Hollywood negli anni in cui il cinema passava dal bianco e nero al colore, immaginiamo quanto avranno studiato per capirne il potere e studiare le prime palette».

C’è un colore che la rappresenta?

«Sicuramente il rosso, del resto è anche nel mio nome, possiamo proprio dire nomen omen  nel mio caso. Rossella, infatti, in inglese è Scarlett».

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