risse-a-olbia,-il-centro-di-giustizia-minorile:-«adolescenti-violenti-perche-soli»

Risse a Olbia, il Centro di giustizia minorile: «Adolescenti violenti perché soli»

OLBIA. Non esiste un caso Olbia. I giovanissimi protagonisti degli episodi di cronaca nel centro storico, violenti tra loro e verso le forze dell’ordine, refrattari a ogni regola di rispetto dell’altro sono l’istantanea di un fenomeno nazionale. Per arginarlo, le ordinanze repressive rischiano di avere l’effetto di un muro di carta su un fiume in piena. «I minori olbiesi, come quelli del resto d’Italia hanno un grosso problema – spiega Giampaolo Cassitta, dirigente del Centro giustizia minorile e coordinatore degli uffici regionali e territoriali: Istituto penale minorile, Centri di prima accoglienza, Uffici servizi sociali per minorenni (Ussm) – e non sono loro, ma i familiari. Genitori che non ascoltano, non vedono questi ragazzini che escono la sera e rientrano alle 2 del mattino senza che nessuno gli chieda qualcosa. Anzi, i genitori gli danno i soldi per comprarsi lo spritz. Giovanissimi che vanno a scuola senza i risultati sperati, ma che se prendono brutti voti la colpa è dei professori. Mamme e papà sono impegnati nel lavoro, nella sopravvivenza della coppia e non hanno il tempo per seguire i figli a cui mancano passaggi fondamentali, tra cui l’educazione alla legalità».

Il caso dei minori violenti e ubriachi in piazza Matteotti, con uno di loro che tira un pugno in faccia alla madre, gli insulti alle forze dell’ordine, raccontano il loro digiuno delle regole del rispetto. «Ragazzi violenti e bulli in branco che quando si trovano da soli con i carabinieri o negli Ussm, sembrano cuccioli spaesati – aggiunge Cassitta –. Questa è la forma più evidente della loro solitudine. Ma nessuno spiega a questi ragazzi come ci si comporta, cosa si può o non si può fare e non perché si commette un reato ma perché si deve portare rispetto all’altro. In un mondo in cui tutto è virtuale, in cui non esiste più il noi ma solo l’io, sono il primo a fotografarti, a filmarti, a ridicolizzarti e a mettere tutto in rete. Gli altri rideranno di te, metteranno il like sui social, così avrò raggiunto quell’edonismo di fine secolo in cui sono qualcuno e qualcosa».

Dal caso di piazza Matteotti a cui ha fatto seguito l’ordinanza del sindaco che vieta la vendita di alcol dalle 20 alle 6 e controlli più serrati nel week end, in tanti hanno provato a dare una lettura della gioventù olbiese. Molti hanno individuato nel Covid, nella Dad e nelle limitazioni della libertà la ribellione violenta dei ragazzi. «Ormai il Covid è la scusa buona per tutto, ma io non credo sia così – sottolinea il dirigente –. Le serate alcoliche dei minori, i bulli, gli atti di violenza, c’erano anche prima. E i protagonisti non vanno ricercati tra gli emarginati, ma nella media borghesia. Si doveva puntare sulla scuola, invece non si è scommesso sull’educazione in classe. E le famiglie hanno abbandonato i figli, hanno smesso di parlarci, di ascoltarli. Faccio un esempio. Quello che per noi era una occasione di dialogo, il pranzo e la cena, oggi non c’è quasi più. Ce ne accorgiamo in carcere quando facciamo mangiare i ragazzi insieme. Sono a disagio, non sono abituati, perché nelle loro case, ci raccontano, non si siedono a tavola insieme». C’è poi un altro elemento che emerge dalla fotografia del mondo minorile scattata dal dirigente Cassitta. Una istantanea dai tratti nitidi anche grazie alla presenza in loco dell’Ussm aperto alcuni anni fa, prima come ufficio di recapito, poi come sede staccata di Sassari. «Olbia ha un fenomeno avanzato di droga, sono aumentati bullismo, vandalismo, cyberbullismo e violenze – sottolinea Cassitta –. Non è molto diversa dal resto d’Italia. I ragazzi arrivano a commettere un reato senza nemmeno rendersene conto perché vivono in una terra di mezzo in cui tutto, secondo loro, sarebbe lecito. È vero che oggi rispetto al passato, abbiamo i cellulari, c’è stato il Covid, la Dad, ma è impensabile che perché si diventa zona bianca ci si senta autorizzati ad andare in giro ubriachi. Tutte queste cose hanno forse esasperato situazioni esistenti. E i ragazzi si comportano così perché si sentono impunibili. Se vedono un mondo che non punisce, continuano a comportarsi così».

Cassitta invita a una riflessione gli adulti. «Credo che ci siamo persi la generazione dei genitori degli anni ’80. Genitori narcisi, che pensano solo a sé stessi, che non hanno più il concetto di famiglia come luogo di socialità. Che concedono tutto e non insegnano ai loro figli la cultura della sconfitta. Questi ragazzi quando si trovano di fronte a un problema non sanno cosa fare. Quando finiscono nei nostri Uffici o a colloquio con i nostri psicologi la loro fragilità e solitudine sono evidenti. Forti e convinti di poter fare tutto in branco, incapaci di fare qualcosa da soli».

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *