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Proteste in Cina, la più importante sfida al Partito Comunista da Tiananmen – Enzo Reale

Cominciato sotto pessimi auspici con l’invasione russa dell’Ucraina, il 2022 potrebbe essere ricordato come l’anno che ha innescato una nuova ondata di rivoluzioni democratiche dopo quelle del 1989 nell’Europa dell’Est.

Se la rivolta civile in Iran sta mettendo alle corde il regime degli ayatollah nella più coraggiosa delle manifestazioni anti-fondamentaliste che il Medio Oriente abbia conosciuto, la dittatura cinese deve fronteggiare da alcuni giorni la rabbia popolare per le conseguenze delle restrizioni imposte dalla politica zero-Covid.

L’origine delle proteste

Tutto è cominciato a Urumqi, la capitale dello Xinjiang, in seguito alla protesta multitudinaria per la morte di una decina di persone in un incendio che la lentezza dei soccorsi – dovuta alla costante emergenza sanitaria – aveva impedito di estinguere in tempo.

Da qui la fiamma della ribellione alle autorità si è estesa con una rapidità inimmaginabile in diverse zone del territorio cinese: dalla capitale Pechino a Nanchino, da Chengdu a Wuhan, da Zhengzhou (il caso Foxconn) a Guangzhou.

Slogan politici

Ma gli avvenimenti più preoccupanti per il regime comunista hanno avuto luogo a Shanghai, dove la folla si è riversata in strada gridando consegne inequivocabilmente politiche contro il Partito-Stato e reclamando nientemeno che le dimissioni dello stesso Xi Jinping, e dove il corrispondente della Bbc Edward Lawrence è stato arrestato.

Anche se è ancora presto per fare previsioni, si tratta sicuramente del momento più delicato nella storia del Partito Comunista Cinese (PCC) dalla rivoluzione stroncata nel sangue di Piazza Tiananmen (1989, anno fatidico).

Il paradosso, che tale in realtà non è, è che la dirigenza comunista si trova a fronteggiarlo a poche settimane dal Congresso in cui Xi Jinping ha riaffermato l’indiscutibilità della sua leadership. Sembra che le deliberazioni delle segrete stanze di Zhongnanhai non siano calate stavolta su una società cinese rassegnata al business as usual, ma piuttosto su una diga al massimo della sua portata pronta a tracimare.

All’una di notte, tra domenica e lunedì, centinaia di persone sono state fermate dalla polizia mentre marciavano proprio su Piazza Tiananmen gridando “Vogliamo diritti universali, libertà, democrazia, abbasso la dittatura e il culto della personalità!”. Tanta roba, come va di moda dire oggi.

I cartelli bianchi

Le rivendicazioni verbali sono però generalmente accompagnate dall’esibizione di cartelli completamente bianchi, muti, simbolo della pervasiva censura del regime. Buona parte dei manifestanti sono studenti, come in Iran e come nell’89.

Carattere nazionale e politico

Anche se ovviamente si tratta di un numero di persone ancora esiguo che, di per sé, non può costituire una minaccia diretta al ruolo del PCC, è comunque un segnale impossibile da sottovalutare. Prima di tutto per la velocità alla quale si sono diffuse le proteste nei diversi centri abitati, nonostante la spontaneità delle stesse.

In secondo luogo, per il carattere nazionale della ribellione, che la differenzia chiaramente da altre proteste sporadiche avvenute nel corso degli anni, in cui il movente e la dimensione erano prettamente locali (inquinamento, corruzione etc…).

Infine perché, anche se certamente esplosa in seguito ai problemi derivati dalla politica zero-Covid, non si può circoscrivere semplicemente a una questione sanitaria: ad essere chiamato in causa è direttamente il potere centrale e le parole d’ordine dei manifestanti sono di carattere politico.

Il seme della rivolta

Normalmente in Cina questi movimenti di protesta finiscono male, inutile illudersi. O soppressi nel silenzio della censura o repressi con la forza della polizia politica e dell’esercito.

I prossimi giorni diranno fino a che punto si consoliderà il malcontento e che possibilità avrà di sfociare in un dissenso organizzato che possa rappresentare una sfida concreta al Partito unico. Ma il seme della rivolta è stato comunque gettato, trentatré anni dopo la Statua della Libertà a Tiananmen.

La politica zero-Covid non è un “errore”

I fatti di questi giorni non nascono dal nulla e non è un caso che Xi Jinping abbia deciso di blindare un potere già assoluto rinvigorendo la propaganda del nazionalismo comunista. Non è facile leggere le dinamiche interne della società cinese, a causa dell’assoluta mancanza di trasparenza all’origine di molti dei problemi che la Cina si è trovata ad affrontare di recente.

Ma è lecito pensare che i segnali di una frustrazione diffusa siano arrivati negli ultimi tempi anche al vertice dello Stato. La risposta, nel più classico dei déjà vu del marxismo-leninismo, è stata stringere le maglie del controllo e della violenza di Stato.

La politica zero-Covid non è stata affatto “un errore” del PCC – come i sinologi di professione proveranno invece a spiegarvi nei prossimi giorni – ma una scelta connaturata all’essenza di un sistema che dal 1949 sopprime libertà e diritti civili e politici e che, ciononostante o forse proprio per questo, continua a godere di un diffuso consenso anche in certe contrade d’Occidente.

Le giornate cinesi, la lotta degli iraniani e delle iraniane, la resistenza eroica degli ucraini segnalano però che l’aspirazione alla libertà e alla dignità è davvero universale. E se invece del tramonto dell’Occidente assistessimo nei prossimi mesi a quello di tre delle dittature più odiose del pianeta?

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