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Patuanelli: «Meloni non smantelli il reddito, se lo farà, andremo in piazza»

Il bilancio del primo mese di governo Meloni è «pessimo», secondo Stefano Patuanelli, già ministro e capodelegazione dei Cinque stelle nel governo Draghi. Moderato, alleanzista, è stato il primo a puntare il dito sulla scelta dell’inceneritore di Roma in rotta di collisione sulla maggioranza. Oggi è senatore. E sul reddito di cittadinanza fa una promessa.

«Pessimo», dunque, secondo Patuanelli l’esordio del governo delle destre. «Il loro approccio aumenta le diseguaglianze fra i cittadini. E non c’è nessun tipo di discontinuità sulla legge di bilancio rispetto alla prudenza eccessiva dell’ultima fase del governo Draghi, nella Nadef (la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, ndr) c’è una cifra peraltro troppo bassa solo per contrastare il caro bollette.

Sta dicendo che Giorgia Meloni è troppo draghiana?

Sto dicendo che questo governo si sta muovendo in continuità con il governo Draghi. E che il ministro dell’economia, che è un politico, è troppo prudente, sembra un tecnico..

Valeva la pena di non fare alleanze e non provare neanche a battere le destre?

Non è più tempo di può dire ai cittadini “votate per noi sennò vincono gli altri”. Non basta a prendere i voti e si denuncia che se si vince ci sarà una enorme difficoltà a governare. Alle politiche il M5s ha fatto una proposta, i nostri ex alleati del governo Conte due non ci sono stati, preferendo sostenere l’agenda Draghi.

Le opposizioni divise sono la migliore polizza sulla vita del governo delle destre?

No. In parlamento, se anche l’opposizione fosse unita, l’effetto sarebbe lo stesso. Noi ci opponiamo comunque, anche con idee diverse. E parlo del Pd: con il Terzo polo faccio un discorso a parte, è una stampella della destra. Il coordinamento delle opposizioni comunque non potrebbe mettere in difficoltà una maggioranza che numericamente c’è, almeno fino a che le tre forze staranno insieme.

Il ministero degli interni oggi è sotto l’influenza del ministro Salvini, che era il vostro ministro ai tempi del Conte uno. Sul capitolo naufraghi, in cosa siete contrari alle politiche del governo Meloni?

Salvini spera di raccogliere un consenso che però non ha più perché non ha più la credibilità da leader politico. Ma la differenza fra il Salvini del ‘18 e quello del ‘22 la fa la postura del presidente del consiglio. Quando noi avevamo Salvini ministro c’era Conte che andava in Europa e otteneva che passasse il principio che chi arriva in Italia arriva in Europa. La postura di Meloni è opposta, cerca lo scontro con i paesi alleati, con cui invece bisogna trovare in modo solidaristico le modalità di gestire un problema complesso. Peraltro non ci sono solo i barconi. Io sono di Trieste, una città che dalla rotta balcanica vede arrivare ogni giorno centinaia di migranti che chiedono asilo, essendo passati per almeno un altro paese della Ue, la Slovenia. Ripeto, il tema è complesso, non si risolve senza l’Europa. È l’Europa che deve capire come cambiare il trattato di Dublino perché ci sia una ridistribuzione delle richieste d’asilo. Con Meloni che continua ad ammiccare ad Orbán non andremo da nessuna parte.

La foto di Conte con il cartello dei decreti Salvini brucia ancora?

No, quella foto va collocata nel tempo e nelle condizioni date. Il governo Conte uno era caratterizzato dalla decisione dei due leader delle due forze di maggioranza, Di Maio e Salvini, di affrontare quel governo ciascuno per conto proprio, senza interferire nell’attività dell’altro. I decreti Salvini li voleva la Lega, noi il reddito di cittadinanza. Non possiamo imputare a Conte, che era appena diventato premier, quella stagione iniziale.

Veramente Conte era il premier, aveva la responsabilità dell’azione del governo.

In quella fase iniziale il presidente cercava la quadra fra le due forze politiche. Dopo pochi mesi Conte ha aumentato il suo peso politico e ha cominciato a imporre la sua visione.

Meloni è determinata a cancellare il reddito di cittadinanza. Che farete?

Il reddito di cittadinanza è uno strumento necessario per affrontare la povertà. Noi combatteremo con tutti gli strumenti dell’opposizione per impedire che lo smantellino. Nelle aule saranno pochi. Ma nella società no: il paese farà capire che sarebbe un errore colossale. Scenderemo in piazza, se serve.

Quando nell’aprile scorso il sindaco Gualtieri ha annunciato il termovalorizzatore a Roma, lei era ministro, ed è stato tra i primi a segnalare il suo dissenso. Aveva detto: se passa l’inceneritore mi dimetto.

Non ho detto che mi sarei dimesso. Ero ministro dell’Agricoltura, mi trovavo a un evento agricolo di Bruno Vespa. Rispondendo a una domanda, dissi che il governo rischiava e che sarei tornato a fare il senatore semplice, appunto perché il governo sarebbe caduto. E così è andata. Del resto la transizione ecologica era una delle ragioni principali del sì del Movimento Cinque stelle a Draghi.

E avevate indicato il ministro Cingolani, che poi ha sdoganato il nucleare.

Non ho partecipato alle scelte dei ministri. Ma con Roberto ho avuto un ottimo rapporto. La storia del termovalizzatore è un’altra: pensare a un incenerimento come modalità di gestione del ciclo dei rifiuti, lo dico da tecnico, è una follia, è provato che l’incenerimento estrae energia dai rifiuti nel peggiore dei modi possibili. Infatti l’Europa sta abbandonando la termovalorizzazione così bassa. Sul nucleare di quarta generazione Cingolani ha una posizione vicina alla nostra: quel nucleare non c’è e i dati non sono sufficienti a capire se è una risposta valida. Fino a che questi dati non arriveranno, parleremo del nulla. Ma io, da ministro, su quella ricerca ho investito 900 milioni.

Comunque mentre toglievate la fiducia a Draghi, nel Lazio avete continuato a governare con il Pd. E invece oggi ponete il no all’inceneritore come condizione per l’alleanza. Perché non avete fatto saltare subito la giunta Zingaretti?

Quell’alleanza è nata nell’interesse dei cittadini e non era nell’interesse dei cittadini far saltare una giunta che peraltro ha lavorato bene proprio sul tema della transizione ecologica, con la nostra assessora Lombardi. Ma il percorso della nostra forza politica è diverso da quello di un Pd i cui vertici nazionali e il cui sindaco di Roma continuano a puntare sull’inceneritore.È difficile tornare insieme alle elezioni in questa fase. Del resto nella sua conferenza stampa Conte ha parlato di temi e non di persone, e la risposta del Pd è stato imporre il nome di D’Amato.

Non vi alleate per l’inceneritore o perché la linea M5s oggi è non allearsi con il Pd?

Non ci siamo alleati perché il Pd non condivide il programma che abbiamo proposto. L’inceneritore non è competenza della regione, infatti il governo ha dato la facoltà di farlo al sindaco Gualtieri, che però è un esponente importante del Pd.

Fino a quando durerà l’inalleabilità con il Pd?

Lo chieda al Pd. La collocazione politica del M5s è stata indefinita per un certo periodo ma l’esperienza di governo ci ha fatto collocare in modo più chiaro in un campo. Le diversità come valore, la povertà che non è una colpa, lo Stato che deve assicurare una sanità e una scuola pubblica: sono valori che abbiamo messo nel nostro statuto con Giuseppe Conte. Se il Pd si è staccato dai valori della sinistra e del campo progressista, il problema non è nostro. Se il Pd tornerà a questi valori tornerà l’alleanza.

Siete di sinistra o “progressisti”, come dice Conte?

Io personalmente mi sono sempre definito di sinistra.

Presenterete una mozione per il no all’invio delle armi in Ucraina, e cambierete il sì che avete votato a marzo?

A marzo quel voto era necessario. Posso assicurare che quello è stato il consiglio dei ministri più emotivo di tutti, anche per Draghi. Ciascuno di noi ha fatto i conti con la propria coscienza. Io ritengo che fosse sacrosanto consentire al popolo ucraino difendere i propri confini e il proprio paese. Ma poi c’è stato un percorso. Oggi Meloni fa un ragionamento pericoloso: la pace, dice, si ottiene allineando la forza militare dell’aggredito a quella dell’aggressore. Ecco, questo porta a una guerra a tempo indeterminato.

Non significa che l’aggredito deve poter fermare l’aggressore? La Russia in questi giorni ha scaraventato centinaia di missili sull’Ucraina.

Né la Russia né l’Ucraina vorranno fermarsi. O il mondo impone alle due parti un tavolo di pace, o questa guerra finirà per sfuggirci di mano. Innalzare il tasso di armamenti non servirà a fermarla. Dobbiamo alzare il tasso della diplomazia.

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