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Nessun uomo è un’isola

Questo articolo è pubblicato sul numero 30-31 di Vanity Fair in edicola fino al 3 agosto 2021

Quando sono tornata per la prima volta a Utøya dopo la tragedia, ero su una delle due barche che giravano intorno all’isola, e una farfalla ha continuato a volarci accanto, seguendo il nostro tragitto per tutto il tempo. A volte Elisabeth ci lascia dei segni».

Nel 2011, Cathrine Trønnes Lie aveva 17 anni e si trovava sull’isola norvegese con la sorella Elisabeth più piccola di un anno. Erano al campeggio estivo della Gioventù del Partito Laburista Norvegese, non tanto per interesse politico, quanto per stare insieme agli amici.

Elisabeth aveva già sogni importanti: voleva studiare per entrare nel dipartimento di polizia che si occupa di crimini e omicidi a livello internazionale. Destino ha voluto che proprio a Utøya, il 22 luglio di quell’anno, le due sorelle si trovassero al centro di uno dei crimini più efferati della storia della Norvegia: l’attacco terroristico dell’estremista di destra Anders Behring Breivik.

Colpita a un polmone e al braccio destro durante la folle sparatoria di massa di Breivik, Cathrine è tra i sopravvissuti alla strage in cui hanno perso la vita 69 ragazzi, tra cui anche Elisabeth. La storia l’ha raccolta nel libro Sostre (Sorelle), a quattro mani insieme alla scrittrice italo-norvegese Mariangela Di Fiore e pubblicato in occasione del decimo anniversario della strage di Utøya. Catherine vive a Halden, a un paio di ore da Oslo: la incontro insieme a Roxy, l’amica del cuore, al suo fianco da quando avevano dieci anni. Sul braccio destro si sono tatuate entrambe la parola «promessa», per ribadire l’impegno a restare sempre insieme. Qualunque cosa accada. «Mariangela mi ha contattata 8 mesi dopo la strage di Utøya, con l’idea di scrivere un libro», racconta Cathrine. «Ci è voluto tutto questo tempo per finirlo perché in quel momento ero così depressa che mi sembrava di non avere nulla di valido da poter aggiungere ai fatti. L’abbiamo accantonato per anni, poi l’estate scorsa un editore ci ha proposto di pubblicarlo per il decennale: era arrivato il momento giusto per riprendere a scriverlo».

Che cosa ricorda di quel fatidico giorno?

«Quando si diffuse la notizia del primo attacco dell’attentatore a Oslo ci riunimmo tutti. Molti erano preoccupati per i loro familiari nella capitale. Io ed Elisabeth chiamammo i nostri cugini che vivono lì e ci accertammo che stessero bene. Decisi poi di tornare alla tenda e mentre mi incamminavo vidi Elisabeth dalla finestra della caffetteria principale, dove oggi sorge il Memoriale. Era in piedi, fissava il cellulare, sembrava pensierosa. Le feci un cenno con la mano per chiederle se stesse bene. Lei mi mostrò il pollice in alto e io mi rassicurai. Questa è l’ultima immagine che conservo di lei. I primi spari li sentii dalla tenda. Uscii ed erano sempre più vicini. Vidi un uomo vestito di nero davanti alla caffetteria. Ero con altri a circa quindici metri e lo vidi puntare una pistola verso un ragazzo all’entrata. Sparò. Poi si girò e puntò la pistola verso il nostro gruppo. Iniziammo a correre verso la foresta, per raggiungere le scogliere, cercai di nascondermi in una delle fessure tra le rocce ma c’erano già troppe persone. Sentivo gli spari avvicinarsi, ero sola, scalza, camminavo nel fango perché quel giorno pioveva e la scogliera era ripida. Scivolai giù e fui colpita dall’alto. Avvertii una forte sensazione di bruciore alla schiena e iniziai ad ansimare disperatamente perché non riuscivo a respirare. Volevo gridare a tutti quanto amassi la mia famiglia, invece svenni. Mi risvegliai senza avere idea di quanto tempo fosse passato e fu allora che venni colpita di nuovo, al braccio destro. Rimasi a terra, perdevo sangue e avevo paura di morire, ma cercai di concentrarmi su cose di poca importanza come l’acqua nell’orecchio o la canzone non-stop che avevo in testa. Sentivo spari in lontananza, poi di nuovo vicini. Restai immobile con a fianco un ragazzo che mi aiutò a restare sveglia per due ore, fino a quando arrivarono i soccorsi».

Che cosa accadde a Elisabeth?

«Nei primi giorni in ospedale speravamo che Elisabeth fosse ancora viva, non era tra i ricoverati. Ci dissero che era morta dopo sette giorni, quando furono identificati i cadaveri. Come fosse accaduto l’abbiamo saputo invece durante il processo: è stata colpita due volte alla testa e una alla spalla. Anche il suo cellulare è stato colpito, proprio nel momento in cui era al telefono con nostro padre. È stata l’ultima vittima di Utøya a essere sepolta, un mese dopo. Con mia madre

avevamo infatti deciso di aspettare, affinché mi fossi ripresa abbastanza da poter partecipare al funerale».

Che cosa ricorda dell’ospedale?

«Sono stata in terapia intensiva per quattro giorni e ho subito sette interventi. Ho riportato danni permanenti a un nervo del braccio destro, non al polmone, fortunatamente. Oggi riesco a fare quasi tutto, ma ho dovuto affrontare una lunga riabilitazione. Pur sapendo della morte di Elisabeth, mi sembrava di vivere in una bolla, isolata da tutto: ero così presa dalle mie ferite che non riuscivo a pensare ad altro. Avevo incubi ricorrenti e il giorno in cui sono tornata a casa dall’ospedale ne ho avuto uno bruttissimo. Mi sono svegliata all’improvviso credendo che mia madre fosse morta. È stato in quel momento che ho davvero realizzato cosa era successo e che Elisabeth non era più con noi. C’è voluto tempo per superare il trauma. Dormivo di giorno e uscivo di notte con gli amici, per distrarmi.

Ho ripreso a frequentare la scuola. Facevo continuamente pensieri catastrofici. Per diverso tempo anche i rumori forti mi riportavano ogni volta indietro a quel terribile giorno».

Come ha affrontato il dolore la sua famiglia?

«Ognuno lo ha fatto in maniera diversa. Mia madre in particolare ha attraversato periodi molto difficili. Mia sorella Victoria all’epoca aveva solo 8 anni, non era facile per lei capire cosa stesse succedendo. La nostra sofferenza le ha sottratto attenzioni e questo ha condizionato tanto gli anni della sua crescita. Personalmente, ho scelto di andare a vivere da sola dopo i 18 anni: era difficile restare a casa mentre eravamo tutti in lutto».

Per il decimo anniversario della tragedia tornerà sull’isola?

«Torno quasi ogni anno per l’anniversario e anche questa volta andrò con Roxy, mia sorella Victoria e mio padre. Per mia madre è ancora troppo doloroso.

Il momento più difficile è stato tornarci la prima volta, dopo che hanno demolito la caffetteria dove è morta Elisabeth: per me lei è ancora lì. Torno anche nel posto in cui sono stata colpita, un ricordo penoso ma anche una vittoria, perché ce l’ho fatta. Quando ero lì, tra la vita e la morte, ho pregato Dio. Penso che tutti abbiano bisogno di credere in qualcosa di più grande in alcuni momenti decisivi della vita».

Di che cosa si occupa oggi?

«Lavoro in un centro frequentato da giovani tra i 13 e i 18 anni. Facciamo tutto il possibile per tenerli lontani dalla strada: cuciniamo per loro, giochiamo, ascoltiamo le loro preoccupazioni. In futuro, vorrei continuare a condividere la mia storia e parlare di salute mentale: ho lavorato duramente su me stessa, sono stata tante volte sul punto di arrendermi, ma ho trovato qualcosa che mi ha aiutata e ora vorrei poter essere io quel “qualcosa” per chi ne ha bisogno. Ho sempre impressa nella mente la frase scritta da una ragazza su Twitter dopo la tragedia: “Se un solo uomo può provare così tanto odio, immaginate quanto amore possiamo generare se

restiamo uniti”».

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