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Lombardo Radice, il genio che noi non capivamo: fu sottovalutato ma era avanti almeno 40 anni – Il Riformista

Lucio Lombardo Radice è morto giusto 40 anni fa. Il 21 novembre del 1982. Aveva 66 anni. Cadde stroncato da un infarto (il terzo in poco più di cinque anni) mentre era a Bruxelles a organizzare una conferenza per il disarmo. Credo che non siano moltissime le persone giovani che conoscono il suo nome. Eppure io credo che lui sia stato uno dei più importanti intellettuali di sinistra del ‘900. Sicuramente il più moderno e il più anticonformista. Era comunista, era liberale, era garantista, era pacifista, era matematico, era pedagogista, era filosofo, sapeva fare cinema e televisione, sapeva andare controcorrente con un coraggio da leone e un rigore assoluto da studioso.

L’ho conosciuto abbastanza bene, perché era lo zio di mia moglie. E poi militavamo insieme nella sezione universitaria del Pci. Lui da grande professore, io da studentello. Noi giovani lo guardavamo con curiosità, e anche con affetto, ma con molta diffidenza. Non riuscivamo a capire quell’eclettismo, quelle sue posizioni sfarfalleggianti, a volte – pensavamo – un po’ borghesi. Erano i primi anni Settanta, la militanza politica risentiva moltissimo di un’idea militarista, casermista, dell’impegno civile. Che veniva dallo stalinismo e anche dalla Chiesa pacelliana. Era difficile tenere testa alle sue capacità di ragionamento, però spesso ci indispettivamo, non riuscivamo ad accettare la trasversalità del suo pensiero. Lui era sempre e assolutamente trasversale. In politica, in filosofia, in matematica, nel campo della cultura e della pedagogia. Una volta scrisse che aveva scelto la matematica per una sola ragione: perché la matematica non è la tecnica dei numeri ma è filosofia.

Lucio era un professore di matematica di grandi capacità scientifiche, ed era il cognato di Pietro Ingrao. Per noi Ingrao era il faro, la bussola fissa. Il pensiero puro. Lucio era un irregolare. Ingrao era la politica di sinistra. Lucio era un grande personaggio, ma marginale. Anche nel partito era molto rispettato, faceva parte del comitato centrale, era prestigioso esponente della generazione partigiana. Però tutti lo consideravano un irregolare. Irregolare quando nel ‘47 parlò della necessità di realizzare un “nuovo” antifascismo, legato ai valori, all’etica, e non alla contrapposizione. Irregolare quando nel ‘61 trascinò molti dirigenti comunisti ( Ingrao, Terracini…) a partecipare alla prima marcia Perugia-Assisi, per la pace, organizzata non dal Pci ma da un intellettuale liberale come Aldo Capitini. Irregolare quando nel 1964 aprì in modo clamoroso il dialogo coi cattolici e si avvicinò a La Pira, forse anche a Fanfani. Irregolare quando nel 1968 condannò in modo drastico, furioso, l’invasione della Cecoslovacchia, rompendo i burocratismi e le prudenze del partito, e si schierò con il dissenso nei paesi comunisti.

Irregolare quando nel 1969 fu uno dei tre membri del Comitato Centrale (3 su duecento) che votò contro l’espulsione del Manifesto. Irregolare, e anche scandaloso, quando nel 1979 si scagliò contro la polizia che aveva sparato a freddo su tre militanti della lotta armata (del gruppo dei Nap). Si chiamavano Antonio Muscio, Maria Pia Vianale e Franca Maria Salerno. Stavano seduti sulle scale di San Pietro in Vincoli, in pieno centro di Roma, vicino alla facoltà di Architettura. Furono riconosciuti, e un gruppo di poliziotti andò per arrestarli. Ma prima sparò una raffica, uccise Muscio e ferì la Vianale. In quegli anni la lotta al terrorismo era durissima. E il Pci era schieratissimo con le forze dell’Ordine. Mi ricordo bene quella giornata, perché già lavoravo all’Unità. E all’Unità pochissimi di noi – soprattutto di noi più giovani – aveva dubbi sulla giustezza dell’esecuzione. Lo dicevamo sottovoce, però, piano piano. La linea del giornale era spietata. Quando arrivò un lancio di agenzia con la dichiarazione di Lucio, sentii per lui, credo per la prima volta, un affetto fortissimo. Capii che era un grande. Svanirono tutti i miei snobismi, le mie incertezze.

Dove lo trovavi un intellettuale con quel coraggio di sfidare tutti e andare contro il senso comune? Lombardo Radice nello stato di diritto ci credeva davvero. Il suo impegno pacifista e la lotta che conduceva da anni contro lo stalinismo e l’autoritarismo del socialismo reale erano legati a questa idea del diritto. Lucio metteva il diritto al di sopra della lotta di classe. A voi magari sembrerà una cosa normale. No: era lo scandalo degli scandali. Oggi quando penso a lui mi viene in mente proprio questo: se sei garantista davvero, come puoi non essere pacifista, e come puoi non essere antifascista, nel senso che dava Lucio a questa parola, e ai valori che ci metteva dentro? Poi Lucio tornò a dare scandalo molte volte. L’ultima fu dopo il colpo di Stato del dicembre del 1981 in Polonia. Quando il generale Jaruzelski prese il potere, anche per evitare una nuova invasione militare sovietica. In quell’occasione Berlinguer fu netto. Disse: «Si è esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre». Lombardo Radice andò oltre e parlò di irriformabilità del comunismo. Otto anni prima della caduta del Muro. Si prese addosso di nuovo secchiate di critiche e acqua gelida. Il partito non voleva quella rottura. Viveva ancora di tradizioni e armata rossa. Anche i suoi settori più avanzati. E ancora, in quegli anni (ma forse ancora adesso) la credibilità di un intellettuale era misurata col termometro della fedeltà. Non con la capacità di pensiero, di innovazione, di sparigliamento.

Io penso che in quegli anni, ricchissimi di intellettualità e di pensiero politico, ci fossero due soli intellettuali che volavano due spanne sopra a tutti gli altri, perché avevano la capacità di rompere gli schemi: Lucio e Leonardo Sciascia. Era nato a Catania nel 1916. Suo padre si chiamava Giuseppe, sua madre Gemma Harasim, dicono che fosse una donna straordinaria. Credo che fosse esule fiumana. Giuseppe invece era un professore. Chi conosce la materia sostiene che sia stato uno dei primi pedagogisti italiani. E infatti Giovanni Gentile, ministro dell’istruzione, quando decise di riformare la scuola media – la straordinaria e modernissima riforma Gentile – chiese a Lombardo Radice di scriverla. Era il 1923. L’anno dopo i fascisti uccisero Matteotti e Giuseppe Lombardo Radice ruppe con Gentile e uscì dalla vita pubblica. Si trasferì a Roma dove Lucio, e le sue sorelle (Giuseppina, la più grande, e Laura, che 20 anni dopo sposò Pietro Ingrao) andarono a scuola al Mamiani. Nel ‘34 si iscrisse all’università, a matematica. Ebbe due grandi maestri: Guido Castelnuovo e Federico Enriquez. È da loro che capì che la matematica non era moltiplicazioni ma era pensiero ed era un sistema filosofico. E si invaghì del trasversalismo della cultura. E iniziò a mischiare algebra e comunicazione, spettacolo e filosofia, politica e religione e cultura, storia e ricerca del sapere.

Appena laureato ottenne un incarico all’Università, ma nel frattempo aveva incontrato un gruppo di giovinetti che lo trascinò sulle strade scivolose della politica. Qualche nome: Aldo Natoli, Pietro Amendola, Paolo Bufalini, Bruno Zevi, Pietro Ingrao, Bruno Sanguineti (ironia della sorte: Sanguineti penso che sia l’uomo che nel ‘45 sparò a Gentile). E con questi giovani, che erano guidati da Bufalini, cercò lumi da Benedetto Croce. I ragazzi , tutti intorno ai 20 anni, chiesero al maestro un aiuto per opporsi al fascismo, per fare lotta politica. Ma il maestro li scacciò. Disse loro: studiate, poi ne riparliamo. E allora Pietro Amendola portò tutto il gruppetto dal suo fratello maggiore Giorgio. I due ragazzi Amendola erano figli di Giovanni Amendola, vecchio leader liberale, inventore dell’Aventino, ucciso a bastonate dai fascisti nel 1930. Fu proprio Giorgio Amendola a guidare il gruppetto, deluso da Croce, a confluire nel Pci. E iniziò la clandestinità. Primo arresto di Lucio (insieme a Natoli e Pietro Amendola) nel ‘39. Condanna a quattro anni per attività sovversiva, poi condonati a due. Nel ‘41 esce e riprende la lotta politica assumendo, insieme a Ingrao, la direzione del Pci romano. Poi nel ‘43 nuovo arresto. Nel ‘44 arrivano gli americani, liberano Roma e Lucio esce dal carcere e riprende la lotta politica ma anche la carriera universitaria.

Diventa professore di matematica prima all’università di Palermo e poi di Roma, negli anni Sessanta diventa il direttore di Matematica alla Sapienza, e intanto scrive, dirige riviste, si occupa soprattutto di riforma della scuola, come suo padre, sposa Adele Jemolo, figlia del grande giurista Carlo Arturo, uno dei più grandi giuristi italiani del Novecento, e poi fa anche televisione e cinema. Sono passati quarant’anni. O forse quaranta secoli. Oggi immaginare che sulla ribalta del dibattito pubblico possa apparire uno come Lucio è pura fantascienza. Oggi il dramma più grave di questo paese è l’assenza di intellettualità. Soprattutto di intellettualità fuori dal reggimento. Non esiste più, non è neppure concepibile. Però, amici miei di sinistra e di destra, non ditemi che nel Pci non c’era mai stata la religione della libertà e del sapere, non c’era mai stato pacifismo, garantismo, antistalinismo. Ci sono state queste cose. Il Pci era un partito chiuso, forse vecchio, ma accogliente. Purtroppo non seguì Lucio. Preferì il culto dello Stato al culto del sapere. Il culto di Togliatti al culto di Gramsci, la tattica all’utopia. Per questo declinò. E se oggi chiedo a un giovane del Pd: sai chi era Lucio Lombardo Radice? Novanta su cento mi risponde di no.

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Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all’Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

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