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Lady Diana, le ultime parole (e la lotta contro quella «ferita nascosta»)

Lady Diana, le ultime parole (e la lotta contro quella «ferita nascosta»)

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Tra pochi giorni la compianta principessa avrebbe compiuto 60 anni: il Daily Mail – per spazzare via le teorie cospirative – ha ricostruito i suoi ultimi istanti di vita attraverso le parole dei primi soccorritori: «Tutti abbiamo fatto il massimo»

Sono passati quasi 24 anni dalla morte di Lady Diana, eppure continuano a circolare assurde teorie cospirative legate al tragico incidente in cui rimase coinvolta. Così, alla vigilia di quello che sarebbe stato il suo 60esimo compleanno, il Daily Mail ha ricostruito gli ultimi istanti di vita della compianta principessa attraverso le testimonianze dei primi soccorritori giunti sul luogo dello schianto.

«Sono stato con lei dentro l’auto, le ho tenuto la mano in attesa dell’ambulanza», ha raccontato il sergente Xavier Gourmelon, capo dei Vigili del Fuoco, probabilmente l’ultima persona a parla con Diana nel tunnel dell’Alma, a Parigi. «Io non mi ero neppure accorto che si trattava della principessa, me lo hanno fatto notare dopo. Ricordo che mi disse “Oh mio Dio, cosa è successo”, io provai a calmarla».

Sì, perché quando i soccorsi sono arrivati sul posto, Lady D era ancora cosciente e comunicava. Come ha ricordato Gourmelon, a prima vista presentava soltanto un problema alla spalla, poi nessun’altra evidente lesione esterna. «Era bellissima, sul viso non aveva ferite», ha rivelato pure il medico fuori servizio Frederic Mailliez, che stava guidando in direzione opposta ma si è subito fermato ad aiutare.

«Era viva sul pianale posteriore dell’auto, ho preso di corsa i miei strumenti da lavoro». D’altronde, seppur Diana respirasse autonomamente e il polso fosse buono, un esperto sa che certi incidenti possono lacerare parti interne del corpo, delicatissime. «La sua lesione è stata forse la più rara che io abbia riscontrato in carriera», ha dichiarato Richard Shepherd, medico legale che si è occupato del caso.

«Si trattava di un piccolo strappo, ma nel punto sbagliato, che ha provocato la rottura di un vaso polmonare. Causando l’emorragia fatale, l’intervento d’urgenza non servì a nulla». Ad operarla, quella notte, fu MonSef Dahman, all’epoca giovane chirurgo: «Stavo riposando in sala operatoria, quando ricevetti una chiamata dall’anestesista di turno», ha spiegato. «Mi dissero solo che era una giovane donna».

Poi, l’informazione: si trattava di Diana. «Aveva uno strappo significativo nel suo pericardio, ci voleva un miracolo». Arrivò al pronto soccorso pure il professor Alain Pavie, forse il miglior cardiochirurgo francese, che era stato buttato giù dal letto: «Decise che andava operata di nuovo e si rese conto che la lesione più grave riguardava una vena polmonare. Suturò la ferita, ma purtroppo non bastò».

Il cuore di Diana cessò di battere e il tentativo di rianimarla fu vano: «Ci abbiamo provato dando il massimo. Tutti abbiamo lottato duramente per provare a salvare la principessa che il mondo amava».

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