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La storia dell’Equipo Fantasma voluto da Omar Sivori: così la ‘squadra 2’ (abbandonata in alta quota) portò l’Argentina al Mondiale 1974

All’interno dello spogliatoio, i calciatori e lo staff della nazionale argentina si dispongono su tre file frastagliate e disomogenee. Quelli sistemati più in basso indossano giacca e cravatta d’ordinanza e cercano di mantenere un certo contegno istituzionale; dietro, invece, molto più informali, vestono l’uniforme da gioco e si affannano alla ricerca di un posticino nell’inquadratura abbarbicandosi sugli armadietti: il più fortunato riesce persino a sedersi, lasciando beatamente penzolare le gambe nel vuoto.

Tutti hanno il volto celato da un cappuccio bianco, con due piccoli forellini all’altezza degli occhi, tanto da sembrare degli adepti di una confraternita religiosa o di una setta esoterica. Si sentono come fantasmi. Davanti a loro il fotografo Lucho Flores, che ha assecondato una geniale trovata del giornalista di “Hoy” Miguel Tapia, sta per immortalare il momento. La posa è perfetta e la sceneggiatura tanto emblematica quanto provocatoria: il messaggio di protesta lanciato tra le righe alla Federazione, colpevole di averli piantati in asso sul più bello, arriva forte e chiaro.

La storia dell’Equipo Fantasma comincia nel 1972, quando il mitologico Enrique Omar Sívori si siede sulla panchina dell’Argentina con una missione ben precisa: mettere la Nazionale su un aereo per la Germania Ovest, sede deputata ad ospitare il Mondiale ’74, riscattando così il fiasco della Selección del “Divino” Adolfo Pedernera che aveva incredibilmente bucato la rassegna iridata messicana del 1970. L’Albiceleste, inserita nell’insidioso gruppo 2, se la vedrà con Paraguay e Bolivia. Anche se dopo il trionfale 4-0 inaugurale con la Bolivia a Buenos Aires, propiziato dalle doppiette di Brindisi ed Ayala, l’umore della truppa è alto, il “Cabezón” rimane abbottonato e mette in guardia i suoi circa le trappole che potranno incontrare durante il cammino.

A preoccuparlo più d’ogni altra cosa è la trasferta a La Paz, in Bolivia, a quasi 4000 metri d’altitudine. Una settimana prima ci sarebbe il Paraguay, ma quello è il meno. In quei giorni di meditazione e preparazione gli arriva all’orecchio la notizia secondo la quale proprio i guaranì effettueranno una ricognizione sulle ande boliviane. A spaventare anche loro sono gli gli scherzi del “soroche”, il famigerato mal di montagna che rende l’aria irrespirabile, favorisce l’insorgenza di fenomeni tachicardici e facilita la produzione di acido lattico, provocando frequenti giramenti di testa e rendendo le gambe pesanti. Senza spremersi le meningi, Sívori di colpo ha trovato la soluzione a tutti i grattacapi che gli frullavano nella mente. In fondo non è poi mica difficile: basta seguire l’esempio dell’Albirroja. Solo che il “Cabezón” ci mette quel pizzico di originalità che era mancato ai paraguagi, assemblando di tutto punto un’autentica nazionale parallela con un altro gruppo di giocatori. È una vera e proprio Seleccion B. Un equipo fantasma, come passerà alla storia, messo in piedi per giocare una sola partita.

C’è però un problema: chi allena la nuova nazionale mentre Sivori è impegnato con quella ufficiale? Ci sarebbe poi questo Manuel Ignomiriello, uno che ha visto nascere la generazione d’oro dell’Estudiantes dei vari Ramón Verón, Malbernat, Pachamè e Poletti, e che quindi di giovani se ne intende. Sarebbe il selezionatore, cioè quello che se ne va in giro per l’Argentina ad adocchiare calciatori per conto dell’AFA, ma Sivori lo chiama a rapporto e lo pone a capo dell’Argentina dos, prima di spedirlo con la squadra ai 2500 metri di Tilcara, località della provincia di Jujuy al confine con la Bolivia: “Di notte c’erano cinque gradi sotto zero”, ricorda Ricardo Bochini, l’idolo d’infanzia di Maradona, a Tyc Sports. Quando Ignomiriello e i suoi partono per le Ande, alla gara con la Bolivia mancano settantacinque giorni. Sivori è scrupoloso e non intende lasciare nulla al caso: la squadra deve acclimatarsi all’aria rarefatta e farsi trovare pronta all’appuntamento con la Verde.

La rosa è discreta: tra gli uomini su cui Don Miguel può fare affidamento ci sono Aldo Pedro Poy, l’autore delle celebre palomita al Newell’s che valse un leggendario titolo al Central; Ubaldo Fillol, futuro iconico portiere del River e campione del Mondo nel ’78; il flemmatico Ricardo Bochini, e un giovanissimo Mario Kempes. Dopo un primo periodo a Tilcara, l’Argentina bis attraversa l’altopiano della Quiaca e si sposta in Perù, prima di entrare in Bolivia e giungere a La Paz solo una settimana prima della gara. L’avventura dell’Albiceleste fantasma sulle Ande si trasforma ben presto in un’odissea.

L’albergo è spartano, il cibo è carente e scadente, gli spostamenti su ferrovie in legno sono scomodi e tormentati. In tutto questo l’AFA, presieduta da Baldomero Gigàn, si lava le mani e chiude i rubinetti, abbandonando Don Miguel e la sua truppa al proprio destino: per saldare i conti e provvedere al proprio sostentamento, i calciatori sono costretti a fare gli straordinari e raccattare qualche spicciolo giocando un numero esorbitante di gare amichevoli. In una di queste, giocata nell’incantevole Cusco, Mario Kempes segna al Cienciano la sua prima rete, ovviamente non ufficiale, con la maglia della Selección. Al ritorno a Buenos Aires il “Matador” sale sulla bilancia: ha perso la bellezza di nove chili. Sono i temibili effetti dell’altura.

Intanto la nazionale ufficiale, quella dove sgambettano i vari Brindisi, Wolff e Balbuena, ha strappato un prezioso pari in quel di Asunción grazie ad una rete del solito Ruben “Ratón” Ayala, cespuglioso e baffuto alfiere del San Lorenzo. La sera prima della gara con la Bolivia il “Cabezón” irrompe piuttosto a sorpresa nel ritiro dei fantasmas a La Paz. Ma non è solo. Ha portato i rinforzi: assieme a lui ci sono l’agile portiere Daniel Carnevali, che sfilerà il posto a Fillol, il torreggiante stopper Ángel Hugo Bargas, nominato miglior giocatore argentino nel 1972, e i totem Miguel Brindisi, Enrique Wolff, Roberto Telch e Rubén Ayala. La scelta di affidarsi all’Equipo Fantasma verrà ripagata dal campo.

Il 23 settembre 1972 all’Hernando Siles, un’autentica cattedrale tra le nuvole del cielo boliviano, le cose per l’Argentina vanno bene. Il gol decisivo lo segna Oscar Fornari, di palomita come si dice da quelle parti, ovvero con uno spettacolare colpo di testa in tuffo. Da quel momento Fornari smette di essere “El Pajaro” e diventa per tutti “El Fantasma”. L’Argentina vince di misura ed avvicina ad una qualificazione festeggiata poi una settimana più tardi. Ma ormai non si fa altro che parlare dell’Equipo Fantasma. La foto degli incappucciati pubblicata dal quotidiano “Hoy” di La Paz, e ripresa dal settimanale argentino “Goles”, ha sortito gli effetti sperati, facendo gridare allo scandalo l’indignata opinione pubblica argentina. Non basterà. Se Sivori, soppiantato prima del mondiale da Vladislao Cap, non sarà della spedizione, solo un elemento del nucleo originario dei fantasmas avrà il privilegio di rappresentare il proprio Paese sui campi tedeschi: Mario Alberto Kempes. Mica uno qualunque.

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