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La misteriosa cattura di Totò Riina e la spaccatura nella Cupola

E Bernardo Provenzano manifestò tutto il proprio dissenso sull’opportunità di proseguire sulla linea stragista. Fu allora che Leoluca Bagarella lo avrebbe schernito: «Ti metti un cartellone così, prendi un pennello e gli scrivi: “Io non so niente”»

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci delle motivazioni della sentenza di secondo grado del processo sulla trattativa stato-mafia.


Scorrendo il compendio scrutinato dal giudice di prime cure, soccorrono anzitutto le dichiarazioni rese dal generale Cancellieri (comandante della regione carabinieri Sicilia) nel corso della conferenza stampa seguita alla cattura di Riina il 15 gennaio 1993.

Si è accertato, attraverso la deposizione dello stesso Cancellieri, che questi, del tutto ignaro all’epoca dei contatti che gli ufficiali del Ros avevano instaurato con Vito Ciancimino, in buona sostanza si limitò a riportare il contenuto degli appunti che erano stati predisposti dal Col. Mori; né il relativo testo era stato minimamente concordato con i magistrati presenti (incluso il nuovo procuratore capo di Palermo).

E quindi, è farina esclusiva del sacco di Mori anche l’esplicita attribuzione a Riina del disegno di indurre lo stato a trattare: un proposito criminoso di cui lo stesso Mori aveva potuto avere contezza grazie e in esito ai contatti con Vito Ciancimino, e all’interlocuzione per suo tramite avviata con i vertici dell’organizzazione mafiosa.

Da Ciancimino, infatti, il Col. Mori aveva ricevuto la conferma dell’interesse di Riina a “trattare” (“Guardi quelli accettano la trattativa”). Ma ciò non sarebbe bastato per attribuire con tale certezza a Riina il proposito criminale (“… un piano anche, chiamiamolo in termini militari, strategico…. di mettere in discussione l’Autorità Istituzionale”) di indurre lo stato a piegarsi alla violenza mafiosa, facendo inaccettabili concessioni, e cosi barattando la propria autorità in cambio della cessazione della minaccia all’incolumità pubblica (“Quasi a barattare, o istituire una trattativa per la liquidazione di una intera epoca di assassini, di lutti, di stragi in tutti i settori della vita nazionale”).

In fondo, era stato proprio Mori a sollecitare quell’interesse; e quindi, il manifestare, da parte di Riina una certa disponibilità ad assecondare quell’iniziativa non poteva etichettarsi in modo così tranciante come sintomatica della volontà di ricattare Io stato.

Ma sotto questo profilo Mori parlava— o meglio faceva parlare in sua vece il Generale Cancellieri — con piena cognizione di causa, proprio perché sapeva che Riina non solo aveva accettato l’invito ad aprire un dialogo, ma aveva fallo conoscere le sue richieste, ponendole come condizioni ultimative e non negoziabili per fare cessare la violenza mafiosa.

Quella di Mori — contrariamente a quanto ipotizza il giudice di prime cure — non era, però, una voce dal sen fuggito, ma doveva leggersi come un preciso messaggio lanciato a chi poteva intenderlo: la cattura di Riina era anche un monito per chiunque, tra i capi di Cosa nostra (che erano ancora quasi tutti latitanti e in grado di agire) pretendesse di trattare con lo stato nel modo in cui Riina aveva preteso farlo, e cioè dettando le sue condizioni, senza nessuna reale apertura ad un possibile negoziato.

Insomma, un monito all’ala stragista; ma, implicitamente, anche una mano tesa all’ala più moderata e sensibile ad un’eventuale offerta di trattare: ovvero a quanti, all’interno di Cosa nostra fossero disponibili a negoziare certi favori, senza la pretesa di imporre unilateralmente con la violenza la propria volontà.

Ed è persino scontato che nessuno dei presenti alla conferenza stampa potesse cogliere il senso recondito di quelle dichiarazioni, ancorché si trattasse di qualificati investigatori e valorosi magistrati, dal momento che ignoravano l’antefatto, e cioè non avevano alcuna conoscenza e il minimo sentore della complessa interlocuzione che era stata avviata tra il Ros e Vito Ciancimino, e del tenore della proposta, anzi, delle diverse proposte che erano state fatte a quest’ultimo.

Cosa nostra dopo l’arresto del “corto”

[…] Di trattative segrete condotte da Vito Ciancimino o da altri per conto di Cosa nostra ma con i carabinieri o altre forze dell’ordine, nessuno dei collaboratori di giustizia che pure hanno partecipato con ruoli di spicco alla stagione delle stragi e sono stati testimoni e poi esecutori della decisione di riprendere le stragi o i delitti eclatanti, sia pure lontano dalla Sicilia e cambiando target ha mai saputo alcunché.

Del resto, lo stesso Brusca lo ignorava, avendo appreso solo dalla lettura dei giornali e a distanza di anni dai fatti, quando già egli aveva iniziato a collaborare con la giustizia. E mai avrebbe immaginato che gli emissari delle istituzioni di cui gli aveva parlato Riina a propositi della vicenda del “papello” potessero essere dei carabinieri.

Di analogo tenore le dichiarazioni di Sinacori Vincenzo, che pure ha riferito di avere accompagnato Matteo Messina Denaro ad una riunione, presenti Bagarella, Graviano Giuseppe, Brusca e Provenzano, nella quale dovevano prendere delle decisioni sul continuare la linea stragista di Riina di fare gli attentati, dovevano parlare di questo fatto.

Ebbene, Sinacori, che tuttavia non prese parte a quella riunione ristretta, e riservata solo ai boss corleonesi che all’epoca tenevano le redini dell’organizzazione mafiosa orfana del suo capo, non soltanto non ha mai saputo nulla di trattative con esponenti politici o istituzionali; ma per ciò che concerne in particolare l’eventualità di interlocuzioni avviate da Riina con i carabinieri sia pure nell’interesse di Cosa nostra, ha aggiunto: «per come conosco, conoscevo Riina io, è impensabile una cosa del genere, che Riina potesse avere rapporti con forze dell’ordine».

In effetti Brusca rammenta che Riina gli disse, quando già paventava di poter essere arrestato, di mettersi eventualmente in contatto con Salvatore Biondino o con Matteo Messina Denaro che erano al corrente della faccenda del “papello”, alludendo evidentemente alla possibilità di proseguire la trattativa anche nel caso in cui lui stesso fosse stato arrestato. E così – implicitamente – confermando che pochissimi dovevano i capi corleonesi al corrente di quella faccenda (e del resto, del papello Riina gli parlò solo in colloquio a quattrocchi e non alla presenza di altri capi mandamento o loro sostituti).

Tra quei pochi, anche Matteo Messina Denaro (ciò che, per inciso, spiegherebbe per quale ragione questi sapesse, secondo quanto riferisce Brusca, che bersaglio del progetto di attentato allo Stadio Olimpico di Roma dovessero proprio i carabinieri). E tra loro Brusca ritiene di poter annoverare anche Bagarella (e al riguardo cita l’episodio dello scatto d’ira che aveva avuto Bagarella nell’apprendere dai giornali che il Ministro Mancino si era fatto installare vetri anti proiettile nella propria abitazione) e lo stesso Provenzano. Anche se chi fosse stato messo al corrente (da Riina) dell’esistenza di una trattativa segreta non necessariamente doveva sapere che essa si era instaurata e sviluppata attraverso contatti con i carabinieri.

E tuttavia, è pacifico che quando si decise, dopo la cattura di Riina, di proseguire la linea stragista, nel solco tracciato da Riina e per i medesimi obbiettivi, lo scopo era proprio quello di indurre lo stato a trattare: anzi, come precisa Brusca, questi attentati ai nord sono tutti finalizzati a fare tornare questi a trattare. Questi contatti che aveva avuto Riina.

E gli fa eco, sulle finalità delle stragi in continente, Filippo Di Pasquale che pure nulla sapeva dei contatti che aveva intrattenuto Riina con emissari istituzionali (o quelli che Riina riteneva fossero tali): «Le stragi di Roma, Firenze e Milano erano state fatte dal nostro gruppo, e quindi mi riferisco a tutti i componenti del gruppo di fuoco (…) quelle stragi erano state fatte per ricattare lo stato, ricattare lo stato e praticamente con queste stragi gli si diceva allo stato o chi comandava in quel momento o fate come diciamo noi, o noi continuiamo a fare le stragi (…) le cose che voleva Cosa nostra erano intanto abolire proprio sto 41 bis, perché quella è stata una tragedia. Io quello che mi ricordo, la cosa principale era il 41 bis e poi cercare di vedere se si poteva togliere la cosa sui collaboratori di giustizia, comunque la cosa principale era il 41 bis».

Lo stesso Brusca non sa a quale stadio di sviluppo fossero giunti, perché «gli consta solo che ad un certo punto si erano bloccati in quanto le richieste di Riina erano state giudicate eccessive. Ma gli consta altresì che con Bagarella, con Provenzano prima, e con Bagarella dopo questi attentati erano per fare riaprire questo dialogo. Costringere chi era di competenza o a trovare un altro soggetto o andare a trovare a Totò Riina in carcere, un po’ come ai tempi della guerra… la Seconda Guerra Mondiale». E del fatto che Bagarella e Provenzano fossero al corrente dei contatti che aveva avuto Riina, sempre Brusca ne ebbe una riprova eloquente quando insieme a Bagarella si recò ad un incontro con Provenzano per stabilire se pRoseguire o meno la linea stragista voluta da Riina. E in tale occasione lo informarono che avevano deciso — Brusca e Bagarella — di portar avanti quella strategia per far si che coloro che già s’erano fatti sotto con Riina, tornassero a trattare.

Provenzano contrario alle stragi

E Provenzano non batté ciglio in relazione a quei contatti sotterranei […], manifestando però tutto il proprio dissenso sull’opportunità di pRoseguire su quella linea; anche perché non avrebbe saputo come giustificarsi agli occhi degli altri esponenti di spicco dell’organizzazione che condividevano le sue perplessità e che egli in qualche modo rappresentava.

E fu allora che Bagarella lo avrebbe schernito, costringendolo ad abbozzare di fronte alla determinazione dello stesso Bagarella a favore del quale ancora giocavano i rapporti di forza all’interno dell’organizzazione in quel momento (“…Provenzano l‘unica cosa che dice: “Ed io come mi giustifico con gli altri?” Si riferiva al suo gruppo Aglieri. Giuffrè e Benedetto Spera. E provocatoriamente Bagarella gli fa, dice… che ha sorpreso pure me, dice: “Ti metti un cartellone così, prendi un pennello e gli scrivi: «Io non so niente»” Sì, fu in quella circostanza…neanche ha detto: “No, non lo fate “, non ha resistito alla volontà di Bagarella e quindi sapeva quello che stavamo facendo e il motivo”).

E’ una dinamica che trova, con parole e accenti diversi, dato anche il diverso angolo prospettico, piena corrispondenza nella descrizione fatta da Giuffré dell’atteggiamento e del punto di vista di Provenzano, quando ebbe modo di incontrarlo all’inizio del ‘93, dopo la cattura di Riina. Lo trovò completamente cambiato e propenso a tornare ad una linea di dialogo con la politica invece che di contrapposizione violenta alle istituzioni: primi assaggi di quella che sarebbe stata negli anni avvenire la strategia della sommersione.

Ma in quel frangente storico i rapporti di forza erano ancora a favore dei fautori della linea stragista e Provenzano dovette adeguarsi, come del resto emerge pure dalle dichiarazioni di Cancemi («mi ricordo che quando l’ho incontrato nel ‘93 al Provenzano, lui mi ha confermato che mi disse che tutto quello che hanno portato assieme con Riina avanti, lui stava continuando..»).

E si decise quindi di pRoseguire come prima, come aveva ordinato a suo tempo Salvatore Riina e per le medesime finalità (a parte il mutamento di target). Lo confermano, tra gli altri, La Barbera, che lui testimone dell’incontro che Brusca aveva avuto con Provenzano (“…Si sono parlati e ha detto che era d’accordo a continuare come prima, quindi da lì ho capito che ha incontrato lui Bernardo Provenzano .ed è d’accordo, continuiamo avanti come si era deciso prima”), Cucuzza, che sottolinea la certezza di Bagarella, nonostante il dissenso di Provenzano, che la strategia stragista avrebbe dato buoni frutti (“..a questo tipo di strategia era contrario Me lo ha detto espressamente Bagarella, anzi, chiamandoli miserabili, perché non condividevano questo andare avanti allo

sbaraglio quindi c‘erano dei contrasti abbastanza seri con Provenzano. Invece, Bagarella riteneva che così otteneva qualcosa, quindi era certo… la voleva portare avanti perché ci credeva a questo progetto”). E lo conferma anche Siancori, così come conferma che si era formata una spaccatura interna a Cosa nostra tra uno schieramento favorevole alla pRosecuzione stragista, facente capo a Bagarella, a fianco del quale si erano schierati i Graviano e Matteo Messina Denaro, con Brusca un po’ titubante; e uno schieramento contrario, facente capo a Provenzano. Ma i trapanesi, aggiunge, fedeli a Riina non potevano che seguire la linea dettata dal capo di Cosa nostra e quindi quella di Bagarella, perché se lo diceva Bagarella era come se lo dicesse Riina.

Ma qual era davvero la linea di Riina alla vigilia della sua cattura?

Mantenere alto il livello dello scontro con lo stato, attraverso la minaccia di altre stragi, nella convinzione che nuovi attentati e delitti eclatanti, ossia una ripresa o una prosecuzione della offensiva stragista, lo avrebbe indotto a trattare.

Ma era a ben vedere una convinzione che si nutriva anche della conoscenza — preclusa ai più, anche all’interno di Cosa nostra — di quanto era effettivamente accaduto nel frattempo: e cioè che una trattativa segreta con emissari dello stato si era instaurata davvero; anche se poi si era arenata perché le richieste avanzate da Riina erano state valutate come eccessive (o almeno questa era stata la spiegazione veicolata al capo di Cosa nostra, come si evince incrociando le dichiarazioni d Brusca con la narrazione di Ciancimino circa il congelamento della trattativa che tuttavia lasciasse aperto uno spiraglio alla possibilità di riprendere il dialogo in futuro).

Bisognava dunque intensificare la pressione intimidatoria per vincere la resistenza dello stato — o detto con le crude parole dello stesso Riina: allo stato bisognava “vendere morti” se si volevano ottenere i risultati sperati — e indurre quella parte della classe politica e delle Istituzioni che già si era mostrata disponibile a negoziare, a cedere alle richieste di Cosa nostra.

E con questo genere di convinzione che Riina trasmise ai suoi luogotenenti — a cominciare da quei pochi privilegiati che magari nulla sapevano di contatti con i carabinieri, ma erano al corrente che uomini dello stato già s’erano fatti sotto (come Brusca, Bagarella, Biondino, che però era stato arrestato insieme al suo capo, e Matteo Messina Denaro, oltre a Provenzano) — prima l’invito a

pazientare, perché i risultati sperati non avrebbero tardato a venire; e poi la determinazione a rimette mano a nuovi attentati.

Ciò posto, fu proprio tale convinzione, nutrita come s’è detto dalla consapevolezza che l’ipotesi che lo stato fosse indotto a suon di bombe e attentati a trattare non era un’opzione irrealistica ma un dato acquisito, anche se la trattativa in tutta segretezza già instauratasi versava in un momento di stallo, a innervare la decisione di riprendere l’offensiva stragista. Una decisione che fu effettivamente adottata, nonostante autorevoli dissensi (rapidamente rientrati in ragione dei rapporti di forza tra i diversi schieramenti che si fronteggiavano all’interno di Cosa nostra) in esito ad una serie di frenetiche riunioni tenutesi nei primi mesi del ‘93, una volta superato lo shock e lo smarrimento provocati dalla cattura di Riina.

Ma l’opzione stragista non prevalse su quella contraria, che pure era sostenuta da uno schieramento facente capo ad esponenti mafiosi di primo livello e di grande prestigio, soltanto perché Bagarella, che insieme a Brusca e ai Graviano e a Matteo Messina Denaro ne era il più strenuo sostenitore si fece forte del principio d’autorità, appellandosi alla volontà del cognato, che era ancora il capo riconosciuto e indiscusso di Cosa nostra dei cui ordini egli era o si presumeva che fosse latore. O solo perché i rapporti di forza erano ancora a favore dei fedelissimi di Riina.

Una strategia “vincente”

In realtà, quell’opzione strategica prevalse anche perché la strategia stragista era effettivamente valsa a indurre lo stato a trattare, anche se non ne erano sortiti i risultati sperati (da Cosa nostra) essendosi la trattativa arenata già prima che Ciancimino venisse arrestato. E l’arresto di Ciancimino aveva costituito un’ulteriore complicazione, sicché per superare l’impasse occorreva dare un nuovo scossone.

Ed essere, sempre a suon di bombe, ancora più “convincenti” di quanto non si fosse stati in precedenza, portando il terrore e le distruzioni in continente, e nelle principali città; e colpendo chiese, monumenti o centri di attrazione turistica, così che tutto il mondo ne parlasse e la pressione stessa dell’opinione pubblica nazionale costringesse il governo a cedere, o almeno a riprendere la trattativa che a suo tempo si era interrotta.

Ma, e qui veniamo al punto che premeva evidenziare, se lo stato si era risolto a trattare, ed aveva iniziato a farlo, anzi aveva sollecitato i vertici mafiosi a far conoscere quali fossero le loro richieste (per porre fine all’escalation di violenza che metteva in pericolo l’ordine, la sicurezza interna e l’incolumità pubblica), e la trattativa era iniziata o proseguita persino dopo una seconda terribile strage come quella di Capaci, per quale ragione s’era arenata?

Evidentemente l’unica spiegazione plausibile, o che come tale poteva essere propinata a Riina, era che le richieste di Cosa nostra erano state respinte perché ritenute esorbitanti rispetto a quanto la controparte fosse disposta a concedere (ed è la narrazione di Brusca, che trova implicitamente riscontro nella soluzione concertata da Ciancimino con gli ufficiali del Ros per giustificare agli occhi di Riina il “congelamento” della trattativa).

Ma ciò presupponeva che delle specifiche richieste fossero state avanzate, ovvero che Cosa nostra avesse già fatto sapere che cosa chiedeva in cambio della cessazione delle stragi (e che cosa sarebbe successo se le sue richieste non fossero state accolte): che è appunto quanto si voleva dimostrare.

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