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Il voto postale di massa, ecco come i Dem hanno arginato l’onda rossa – Luca Bocci

Le elezioni più strane degli ultimi 50 anni non finiscono di stupire. Di solito i voti reali forniscono risposte chiare ai dubbi della vigilia. Stavolta, invece, le cose stanno andando in maniera molto diversa. Queste midterm rischiano di moltiplicare i dubbi sulla tenuta del sistema politico americano.

Qualcosa non torna

Lasciando da parte complottisti d’accatto e analisti di parte, qualcosa non torna. Il problema vero è che i numeri a livello nazionale non si sono tradotti in seggi a Washington.

Guardando i dati a livello nazionale, parlare di “vittoria mutilata” per i Repubblicani sembrerebbe assurdo. In un’elezione con un turnout da record, il partito dell’Elefante ha trionfato nel voto popolare, con un distacco di parecchi milioni di voti. Abbiamo visto spostamenti a destra tra le minoranze etniche e in fasce di popolazione da sempre democratiche, come le donne sposate.

Come è possibile, quindi, che il Grand Old Party non sia riuscito a strappare il controllo del Senato e conquistare (forse) una maggioranza risicatissima alla Camera? Se la strategia tafazziana dell’RNC non ha aiutato, a fare la differenza è stato il voto postale di massa, innovazione figlia della pandemia che si sta rivelando un vero e proprio nodo gordiano.

Il voto postale di massa: come funziona

Se il voto postale o per procura sono sempre esistiti, la trasformazione in un fenomeno di massa è figlio della risposta alla pandemia. Fedeli alla regola enunciata dal mefistofelico chief of staff della Casa Bianca di Obama, Rahm Emanuel (“Never let a crisis go to waste”), i Democratici non si sono lasciati scappare l’occasione di sfruttare a proprio vantaggio la crisi.

Visto che le regole elettorali sono responsabilità esclusiva degli Stati, uno dopo l’altro gli Stati governati dai Democratici hanno esteso l’uso di questi strumenti a tutta la popolazione.

In molti casi le schede arrivano a casa di tutti gli elettori registrati, con tanto di busta preaffrancata e procura per consentire ad un’altra persona di presentare il voto. Anche gli Stati che non si sono spinti così lontano, hanno reso molto più semplice ottenere una scheda per votare per posta o consentire ad un familiare o addirittura ad uno sconosciuto di votare per proprio conto.

Il pericolo ballot harvesting

Questo lassismo ha dato origine ad un fenomeno nuovo, il cosiddetto ballot harvesting, letteralmente “raccolta di schede”, che rischia di cambiare il panorama elettorale a stelle e strisce.

Mentre i Repubblicani vanno ancora a bussare alla porta, spiegando le ragioni per votare il proprio candidato, squadre di attivisti Democratici, spesso retribuiti, setacciano le città universitarie per raccogliere i voti di milioni di studenti, fascia di elettori che di solito diserta le urne.

Le regole cambiano da Stato a Stato, tanto che in Texas e Florida questa pratica viene considerata un crimine vero e proprio, ma buona parte del supporto monolitico dei giovani per il partito dell’Asinello è dovuta a pratiche del genere.

Senza di loro, queste midterm sarebbero state il bagno di sangue che tutti si aspettavano. Questo fenomeno avrebbe poi contribuito alla Waterloo dei sondaggisti, che di solito si concentrano sugli elettori “likely”.

Questi ventenni, lontani da casa per la prima volta, con le vecchie regole non avrebbero mai votato – cosa che gli strateghi democratici sanno fin troppo bene. Aggiungi la promessa da mercante di Biden di accollarsi i debiti studenteschi, peraltro già dichiarata incostituzionale, ed il gioco è fatto.

Il problema early voting

Dalle nostre parti roba del genere farebbe rabbrividire. Riuscite ad immaginare il livello di brogli se 40 milioni di schede valide fossero fatte arrivare nelle case di tutti gli iscritti agli elenchi elettorali? Incredibilmente, il sogno proibito di Achille Lauro, che avrebbe potuto risparmiarsi le famose scarpe, è realtà in fin troppi Stati a stelle e strisce.

Le conseguenze sul numero dei votanti sono state evidenti: gli Stati blu sono in cima a tutte le classifiche del turnout.

A complicare ulteriormente il quadro, il cosiddetto early voting. Con la scusa della pandemia, quasi tutti gli Stati consentono agli elettori di votare, in persona o per posta, anche un mese prima dell’election day. Il caos che sta causando infiniti ritardi nello spoglio delle schede è dovuto in buona parte a questa pratica, i cui rischi sono evidentissimi.

Il caos in Arizona e Nevada

Arizona e Nevada, due Stati dove se ne sono viste di tutti i colori, offrono un panorama desolante. Se nel Grand Canyon State a controllare della regolarità dell’elezione era nientepopodimeno che Katie Hobbs, candidata a governatore per il Partito democratico, nel Silver State c’è stata una mezza rivoluzione.

I dati relativi all’affluenza alle urne fanno riflettere: solo un elettore su cinque si è presentato alle urne per l’election day, quasi il 29 per cento ha votato in anticipo mentre il 51 per cento ha votato per posta. Centinaia di migliaia di schede tenute per giorni, settimane in magazzino prima di essere contate con lentezza esasperante.

Visto che buona parte delle gare si sono risolte sul filo di lana, non basta molto a far pendere la bilancia dalla parte “giusta”. A farne le spese Adam Laxalt, candidato America First che, nonostante sia stato praticamente abbandonato dal partito, ha perso per poche migliaia di voti.

L’ennesimo “capolavoro” di Mitch McConnell è costato il controllo del Senato – una debacle che potrebbe avere conseguenze pesanti all’interno del Gop.

I casi Texas e Florida

La fase più importante in ogni elezione, spesso e volentieri, è l’analisi del risultato per trarne lezioni utili per il futuro. Il mantra tra i Repubblicani è già chiaro: fare come in Florida. Visto che clonare Ron DeSantis è impossibile, potrebbe essere un altro Stato rosso fuoco ad offrire lezioni utili: il Texas.

I risultati nel Lone Star State non sono stati tutte rose e fiori: nonostante cospicui passi avanti tra i latinos, l’avanzata nella regione del Rio Grande non è stata una marcia trionfale. Se Monica de la Cruz ha consegnato al Gop per la prima volta il distretto 15, la pasionaria Mayra Flores, che aveva fatto sensazione vincendo pochi mesi fa le suppletive, è stata sconfitta nel distretto 34.

In generale, però, Greg Abbott, deus ex machina della politica texana, è stato efficace nel riportare indietro gli eccessi dovuti alla pandemia, garantendo elezioni regolari e tranquille.

Cambiare la regole

Se Kari Lake, stella nascente a destra, dovesse farcela a strappare la vittoria in Arizona, in cima alla sua lista ci sarà sicuramente la riforma delle regole elettorali. Joe Lombardo, neo-eletto governatore repubblicano in Nevada, ha già annunciato cambiamenti pesanti al sistema in vigore, con una probabile limitazione dello universal mail-in voting.

Il problema è che per mettere in atto queste riforme è necessario controllare il congresso dello Stato. Come muoversi negli swing states o dove i Democratici controllano le istituzioni da sempre? Un dilemma fondamentale per il futuro del Gop, forse ancora più della faida tra DeSantis e Trump.

Una questione filosofica

La dirigenza repubblicana ha davvero una brutta gatta da pelare per le mani. Visto che il soccorso blu dei media mainstream ha reso tossico parlare di regolarità delle elezioni, come fare per portare questo tema cruciale in primo piano?

Trovare un terreno comune coi Democratici è quasi impossibile, come dimostra il caso Sunny Hostin. La conduttrice del popolare programma della ABC “The View”, ha raccontato in diretta come abbia votato per conto del figlio, cosa che ha scatenato i commentatori conservatori.

Se c’è chi si è scandalizzato di fronte a questo apparente broglio elettorale, le cose stanno in maniera diversa. Lo stato di New York permette a chiunque di consegnare i cosiddetti absentee ballots, non solo ai familiari.

La questione, in realtà, è filosofica. Nel sistema americano il voto non è un diritto, ma un privilegio: ecco perché bisogna registrarsi per votare, perché ogni sospetto di irregolarità è visto come un rischio mortale. Una strategia gramsciana, che ragiona solo in termini di potere, come quella dei Democratici è incompatibile con l’ethos sul quale è fondata l’Unione.

C’è chi propone l’imposizione di regole a livello federale o addirittura di togliere dalle schede il nome del partito. Se evitare l’elezione di un candidato passato a miglior vita, frutto del famoso “vote blue, no matter who” (voto Democratico, non importa chi sia il candidato) sarebbe un passo avanti, serviranno soluzioni anche dolorose. Il Gop è di fronte ad un vero e proprio dilemma.

Adeguarsi o morire?

Sebbene nella Beltway i vertici repubblicani continuino a vederlo come il fumo negli occhi, difficile che l’early voting scompaia del tutto. Sebbene sia visto con estremo sospetto a destra, i numeri sono impressionanti: quest’anno sono stati oltre 40 milioni gli elettori che hanno votato prima dell’election day.

Il fatto che gli Stati che si sono impegnati maggiormente contro questi eccessi siano Florida, Texas e Georgia non è passato inosservato, tanto da far dire all’analista della CNN Ana Navarro che DeSantis ha “giocato sporco”.

Fino a quando non si riuscirà a tornare alla normalità, cancellando i troppi eccessi fatti approvare con la scusa della pandemia, il Gop sarà costretto ad adeguarsi se non vuol rischiare altre dolorose sconfitte.

Il giornalista dello Spectator Ben Domenech non mena il can per l’aia: alla Fox News ha detto che, senza una strategia per l’early voting, disfatte come quella in Pennsylvania saranno la normalità.

Toccherà fare di necessità virtù, come peraltro si è già visto proprio in Texas. Alla base della vittoria convincente di Greg Abbott sul superstar loser Beto O’Rourke c’è stata una strategia per intercettare gli early voters. Non piacerà a molti duri e puri, ma un approccio realista è fondamentale. Vista la determinazione degli avversari, sprecare gol a porta vuota come successo in queste midterm potrebbe costare carissimo.

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