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Il Redentore riaccende la Laguna: la cena al St. Regis Hotel

Non c’è ricorrenza più sentita dai veneziani della Festa del Redentore, chiamata anche «Festa Famosissima»: a parte qualche rara eccezione, come la sospensione dell’anno scorso imposta dalla pandemia, è da cinque secoli che si festeggia e ogni volta è come fosse la prima.

Tutto ha inizio nel 1575, anno in cui sulla Serenissima si abbatte una delle tante epidemie di peste che per secoli l’hanno flagellata, e in virtù delle quali in Laguna vennero istituiti i Lazzaretti, nei quali per la prima volta fu sperimentato il sistema della quarantena, poi esportato in tutto il mondo.

L’ORIGINE

Insieme alla peste del 1348 e del 1630, quella del 1575 fu tra le più virulente: in soli due anni falcidiò 50mila abitanti, su una città che ne contava 150mila. Nel settembre del 1576, dopo un anno d’inutili tentativi per contenerla, il Senato invocò l’aiuto di Gesù, il Santissimo Redentore, facendo voto di realizzare una nuova chiesa dedicata a lui «in cambio della liberazione dalla terribile afflizione». Individuata la tipologia architettonica e l’area dove costruirla, l’anno seguente venne affidato il progetto all’architetto capo della Repubblica Serenissima, Andrea Palladio. Due mesi dopo la posa della prima pietra la peste cessò di seminar morte e il 20 luglio, per festeggiare la grazia ricevuta, fu indetta una solenne processione che raggiunse il cantiere della chiesa attraverso un lungo ponte di barche, dando così inizio a una tradizione che da allora sopravvive inalterata.

Oggi, come cinque secoli fa, alla vigilia del Redentore, che cade sempre la terza domenica di luglio, nel canale della Giudecca è stato montato il lungo ponte votivo che unisce le Zattere alla chiesa del Redentore, aperto venerdì 16 alle 20 con la tradizionale inaugurazione alla presenza del patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, del sindaco Luigi Brugnaro e delle massime cariche cittadine, mentre la folla iniziava la processione verso la Giudecca.

Il perdurare della pandemia ha reso ancora più intensi e carichi di significato i festeggiamenti di quest’anno che per molti aspetti, tranne che nei numeri, ricorda tanto quello di 5 secoli fa. Fra chi era diretto alla chiesa per pregare o accendere una candela, era palpabile la devozione mista a un vivo senso di liberazione, quasi la rinnovata promessa del voto potesse essere portatrice di un nuovo miracolo. La chiesa, retta fin dalla sua fondazione dall’Ordine dei frati minori cappuccini, uno dei tre ordini mendicanti della famiglia francescana, è il fulcro intorno al quale ruotano tutte le celebrazioni, che culminano con la messa solenne di domenica, alle 19:00, al termine del quale il Patriarca, sul sagrato della chiesa, impartisce la benedizione eucaristica al popolo e alla città.

I FUOCHI

Il momento più atteso della festa, quello che attira migliaia di persone da ogni angolo della terra, è senza dubbio quello profano: lo spettacolo dei fuochi d’artificio, considerati a ragione fra i più belli del mondo. Anche quest’anno, dislocate per aree stabilite e munite di prenotazione obbligatoria da esibire ai varchi, le barche affluite in bacino di San Marco per assistere ai fuochi d’artificio sono state numerosissime; come numerose erano le barche a vela ormeggiate lungo le fondamenta della Giudecca, un piacevole colpo d’occhio che ha permesso di immaginare come dovesse presentarsi la laguna al tempo in cui velieri e galeoni alla fonda facevano da quinta scenica alla città.

Per i veneziani possessori di barche la preparazione per il Redentore è un vero e proprio rito. Sebbene non siano più tanti a farlo, il pomeriggio di sabato viene solitamente dedicato all’addobbo della barca, con lucine colorate, lanterne, gran pavesi, e varie altre curiose decorazioni; al tramonto le barche iniziano a posizionarsi fra il bacino e il canale della Giudecca dove solitamente – non quest’anno, a causa delle stringenti regole dettate dal Covid che ne hanno limitato l’uso – le prime che arrivano buttano l’ancora, diventando così una sorta di gavitello al quale quelle degli amici e conoscenti si ormeggiano a pacchetto o, come si dice qui in laguna, a lai.

In attesa dello spettacolo pirotecnico, che ha inizio alle 23:30 in punto e termina mezz’ora dopo, quando la Marangona del campanile di San Marco suona la mezzanotte, a bordo vengono organizzati succulenti picnic a base di piatti dove la tradizione sposa la praticità: si inizia con i bovoeti (lumachine di terra, deliziose), seguiti da una selezione di cibi in saor (soprattutto scampi, sarde ma c’è spazio anche per variazioni sul tema più esotiche), e dagli immancabili bigoli in salsa. Chiude la carrellata l’anguria, gustata rigorosamente quando i fuochi iniziano a brillare nel cielo.

A CENA

Non tutti però hanno il piede marino e la voglia di stare in mezzo al mare in balia del rollio per ore. Varie sono le alternative possibili per chi vuol restare a terra: dal semplice posto in piedi lungo le fondamenta, alle terrazze degli alberghi da sogno con vista mozzafiato sul bacino di San Marco.

Quest’anno, in particolare, chi si trovava in città e desiderava godersi lo spettacolo stando comodamente seduto au bord de l’eau, ha avuto una piacevole sorpresa: il St. Regis Venice in collaborazione con Veuve Clicquot ha organizzato la prima Cena del Redentore at Gio’s, allestita nella splendida cornice del giardino dell’albergo affacciato sul Canal Grande, fra i migliori punti di osservazione, situato com’è di fronte alla chiesa di Santa Maria della Salute, anche lei frutto di un ex-voto, fatto in occasione della pestilenza del 1630.

Concepito a quattro mani dalla Executive Chef del St. Regis Venice, Nadia Frisina, e da Marianna Vitale, Chef di Sud Ristorante a Quarto (Napoli), il menù servito per l’occasione è stato un autentico viaggio fra i sapori tipici della laguna, sapientemente abbinati a quelli mediterranei. Un’esperienza unica, non solo per il gusto che ogni piatto ha rivelato al palato, ma per l’amore che hanno saputo trasferire in ogni cosa che hanno preparato. Protagoniste indiscusse del successo della serata, Nadia Frisina e Marianna Vitale hanno dato vita a un sodalizio che ha tutti i numeri per diventare il primo di una lunga e fortunata serie di convivi, in occasione dei quali altri fortunati possano beneficiare dei loro sorprendenti concerti a quattro mani di saperi e sapori. Altrettanto felice e degno di nota è stato l’abbinamento ad ogni piatto di una selezione delle migliori Cuvée Veuve Clicquot, in grado di esaltare ogni singolo ingrediente senza mai sopraffarlo. Un equilibrio perfetto.

L’HOTEL

L’equilibrio è anche la cifra distintiva del St.Regis Venice, inaugurato nell’ottobre del 2019, frutto del rinnovo del leggendario Grand Hotel Britannia – altrimenti noto come Europa & Regina-, aperto nel 1895, lo stesso anno in cui prese avvio la Biennale. Fra le sue mura hanno soggiornato intellettuali e artisti come William Turner, John Singer Sargent o Claude Monet. Il maestro impressionista, prossimo ai settant’anni, arrivò a Venezia in compagnia della moglie Alice nell’autunno del 1908, ospite della mecenate e collezionista Mary Hunter nella cui casa carica di storia, il gotico palazzo Barbarigo sul Canal Grande, rimase due settimane, per poi spostarsi al Britannia, dove rimase per ben due mesi e dalle cui finestre poteva godere del passaggio della luce sul Canal Grande. «Folgorato dalla bellezza della città, che avrebbe voluto scoprire da giovane, dalla sua stanza d’albergo o da una gondola, Monet dipinse incessantemente la città, le sue chiese e i suoi palazzi», catturandone soprattutto la luce, che portò negli occhi e nella memoria quando tornò nella sua amata casa di Giverny, e che in parte trasferì nelle sue celebri ninfee, oggi esposte al Musée d’Orsay, al Musée de l’Orangerie e al Musée Marmottan. I cinque palazzi che compongono l’albergo godono di un affaccio privilegiato sul Canal Grande, in particolare palazzo Badoer Tiepolo, il più antico, risalente al XVII secolo e appartenuto ad una delle famiglie più importanti di Venezia, i Badoer, le cui prime notizie risalgono al X secolo.

L’importante intervento di ristrutturazione, condotto dallo studio di design londinese Sagrada, da una parte ha rispettato le preesistenze artistiche degli edifici, dall’altra ha impresso lo spirito contemporaneo del brand St. Regis-Marriott, caratterizzato da uno stile più leggero, lontano dagli arredi pesanti e dai toni scuri. Lo stile veneziano si ritrova fra le preziose sete di Rubelli, le creazioni artigianali ispirate alla forma sinuosa delle gondole , nei motivi decorativi che si rifanno a Palazzo Ducale, ai pavimenti marmorei del sagrato della chiesa di San Giorgio Maggiore e allo scorrere dell’acqua nei canali. A Monet sono ispirati invece i colori scelti per le 130 camere e le 39 suite, una palette che riflette i cambiamenti di luce che si susseguono dall’alba al tramonto, tanto cari al pittore.

A Carlo Scarpa, uno fra i più importanti architetti veneziani del XX secolo, s’ispira il design degli spazi comuni, d’impronta sobria e accogliente, come potrebbe esserlo il salotto di casa. Oltre a una ricca raccolta di vetri usciti dalle fornaci di Murano e realizzati appositamente per l’hotel, non mancano opere d’arte contemporanea. Quella presente è una collezione in perenne divenire dal momento che fra le tante iniziative del St. Regis Venice c’è quella di ospitare artisti da tutto il mondo che soggiornando in albergo trarranno ispirazione per creare opere d’arte ispirate a Venezia e al St. Regis. Arte, bellezza, dedizione e amore per i dettagli sono i quattro pilastri di quest’albergo dal cuore antico con lo sguardo rivolto al futuro.

Come è nello spirito di Venezia, per la quale il futuro ha sempre avuto un cuore antico. È la sua forza, da lì ha origine la sua secolare capacità di sopravvivere a tutto, anche a se stessa. Da secoli, fra queste acque, sacro e profano si confondono. Sul Bacino di San Marco, archiviato il Redentore ritrovato, giochi di luce e di riflessi si rincorrono incessantemente; tracciano un caleidoscopio di colori che si staglia dietro le guglie, le cupole e i campanili della città, per poi planare sulle increspature della laguna che al tramonto diventa del colore del cielo. Nessun sogno è mai stato più vero.

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