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Il Giudice di pace resta: un altro mese di servizio

MACOMER. La chiusura dell’ufficio del Giudice di Pace a Macomer sembrerebbe scongiurata, almeno nell’immediato. «Il servizio potrebbe essere garantito per tutto il mese di luglio. Nel frattempo – precisa la presidente dell’Unione dei Comuni del Marghine, Silvia Cadeddu –, attendiamo di conoscere l’esito delle verifiche sulla regolarità dei requisiti dei due candidati che, in extremis, hanno partecipato alla manifestazione di interesse pubblicata di recente». Ammesso e non concesso che si ottenga il parere positivo, però, ci sarebbe un ulteriore ostacolo da superare.

«A quel punto avremmo bisogno che gli enti di appartenenza, ossia le istituzioni per le quali lavorano i soggetti in questione, rilascino il nulla osta. Solo una volta espletato questo iter si potrà procedere con l’affidamento degli incarichi». La sensazione è cautamente positiva anche se gridare vittoria sembra ancora prematuro.

«Sono fiduciosa, ma mi sento di dire che siamo solo all’inizio. Per adesso abbiamo vinto una battaglia e non la guerra. Il fatto che due persone abbiamo risposto all’appello ci offre un ulteriore stimolo a non arrenderci. Stiamo mettendo anima e corpo in quella che è una lotta sacrosanta per evitare lo smantellamento di un presidio statale essenziale per un intero territorio», sottolinea Silvia Cadeddu. La variazione dei termini contrattuali, il periodo dell’incarico è passato da 12 a 24 mesi, sembra dunque aver sortito l’esito sperato: essere più allettante agli occhi di chi dovrà svolgere le sue mansioni all’interno dell’ufficio macomerese. «Siamo intenzionati a proseguire su questa strada – ribadisce il sindaco di Silanus, Gian Pietro Arca –. Le interlocuzioni politiche avviate su diversi fronti stanno proseguendo senza sosta. Non siamo intenzionati ad abbassare la guardia. Crediamo fermamente in quello che facciamo. Detto ciò, è fuor di dubbio che per assicurare la prosecuzione delle attività siano necessarie maggiori risorse umane ed economiche. Per questo ribadiamo con forza la necessità di un intervento anche a livello ministeriale. Puntiamo a fare in modo che la questione possa essere gestita pure dal dicastero della Giustizia. In questo modo potrebbe essere più semplice incrementare la forza lavoro e consentire una migliore e più fluida gestione delle pratiche che, lo ripetiamo per l’ennesima volta, sono notevolmente aumentate da quando in città è operativo il Centro di permanenza per il rimpatrio».

La posta in gioco è alta. Non si può lasciare niente di intentato. A rischio c’è la sopravvivenza di un pezzo dello Stato. Il suo smantellamento sarebbe una grossa perdita per la città e per il Marghine.

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