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Il fascismo e l'ascesa di Meloni: ecco ciò che il Pd non ha capito – Il Riformista

Il successo di Fratelli d’Italia

Fabrizio Cicchitto — 18 Novembre 2022

Il fascismo e l’ascesa di Meloni: ecco ciò che il Pd non ha capito

Paradossalmente per capire fino in fondo i problemi del Pd, bisogna partire dall’analisi del suo principale avversario, cioè di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia perché essi sono stati i protagonisti fondamentali della vittoria del centrodestra. Infatti Giorgia Meloni e il suo partito hanno ottenuto un 26 per cento particolarmente forte al centro nord che, coniugato insieme alle cifre dimezzate rispetto al 2018 di Forza Italia e della Lega, hanno prodotto quel risultato globale sufficiente a sconfiggere lo schieramento squilibrato e sconclusionato assiemato faticosamente dal Pd.

Allora va detto pregiudizialmente che non si può avere una visione così cupa e pessimista dell’Italia ritenendo che a vincere le elezioni è stata la componente post fascista del centrodestra. L’Italia è combinata male ma non fino a questo punto. È accaduto qualcosa di diverso e di imprevedibile, cioè si è affermato sia sul terreno della leadership sia su quello della forma partito qualcosa di diverso e di più avanzato del post fascismo, al netto di indubbie persistenti ambiguità e anche del fatto paradossale che non tutta la base e non tutto il gruppo dirigente di Fratelli D’Italia hanno capito fino in fondo quello che è avvenuto nella leadership e nella cultura del loro movimento. A nostro avviso la ragione di fondo e la forza di attrazione espressa dalla leadership di Giorgia Meloni, sta in una serie concatenata di questioni. La Meloni non è un pollo da batteria prodotto in serie da una scuola di partito, né all’opposto un sofisticato tecnico che alla fine della sua carriera è chiamato a salvare l’Italia con l’esercizio rassicurante del suo tecnicismo elitario (l’esempio è Mario Monti). Giorgia Meloni è una donna che ha mangiato pane e politica dalla adolescenza, che ha attraversato tutta la vicenda missina e quella post missina segnata dalla totale rottura con la storia pregressa della nostalgia realizzata da Gianfranco Fini (il fascismo come male assoluto). In quel contesto si è fatta largo con le unghie e con i denti, non certo usufruendo di quote rosa, in un mondo ultra maschilista avendo beneficiato a un certo punto, ma per meriti acquisiti sul campo, un paio di cooptazioni realizzate dallo stesso Fini (la candidatura al Parlamento, la nomina a vicepresidente della Camera a 29 anni).

Per di più a un certo punto la Meloni ha rimesso tutto in discussione correndo il rischio di finire nella irrilevanza, partendo da una posizione ultra minoritaria in rottura con il centrodestra dominato da Berlusconi. Da quella posizione così scomoda ha costruito la combinazione fra qualcosa di nuovo (la posizione politica culturale e la leadership di una giovane donna) e qualcosa di molto tradizionale (il partito) che invece risale nettamente al modello della Prima Repubblica. Non c’è dubbio che uno dei tratti caratteristici della seconda Repubblica è stata l’affermazione della leadership. Tali sono state le vicende per certi aspetti anche di Prodi e Veltroni per l’Ulivo ma specialmente di Renzi e Salvini. Talune di queste leadership però sono state segnate dall’effimero. Su questo terreno Giorgia Meloni ha messo in campo due cose: la leadership carismatica espressa da una giovane donna (exploit mai avvenuto nel passato) e un partito strutturato e radicato sul territorio, con la ricerca paziente e faticosa di un rapporto con forze sociale e categorie. Questa esperienza è stata a tal punto vissuta anche da larghi settori dell’elettorato del centro nord certamente del tutto al di là del post fascismo per cui è stata superata di slancio quella linea gotica che ha sempre bloccato la possibilità di espansione dell’Msi e della stessa An al Nord come retaggio insuperabile della guerra civile e del ruolo totalmente negativo svolto in quelle zone dall’ultima versione del Partito Fascista.

L’elemento di novità, però, è che questa leadership personale è fondata anche su una cultura politica che non è quella ambigua, confusa e pasticciata del post fascismo ma nemmeno quella caratterizzata dagli elementi assai spinti di nuovismo nei quali si espresse nella fase finale la leadership di Gianfranco Fini che si spinse però così in avanti sul terreno dei diritti civili dal perdere il contatto con larga parte del mondo di destra. La Meloni si è concentrata su una scelta di comunicazione di tipo internazionale (vedi il riferimento in Europa al partito conservatore) ma specialmente nella elaborazione politico culturale di un messaggio che è quello del “conservatorismo liberale” definito in alcuni libri e adesso in un esplicito “manifesto dei conservatori” lanciato da Robert Scruton. Lo spessore della operazione è stato compreso e analizzato da Enrico Pendemonte sul Domani che così lo ha definito: «L’ideologia meloniana ha fondamenti più solidi del populismo cialtrone di Salvini e di quello pop di Berlusconi. Sapientemente è andata a prendere il suo filosofo di riferimento in Inghilterra». Per capirci fino in fondo il retroterra culturale di Scruton è costituito da Burke con la sua critica di stampo liberale al giacobinismo della Rivoluzione Francese.

“Meloni difende l’istinto dei sentimenti che lei considera primordiali: la patria, il territorio, la famiglia, la comunità, la sovranità e lo fa cercando di sfrondare il proprio linguaggio da ogni estremismo, con messaggi che arrivano direttamente alla pancia dei cittadini spaventati e lasciati indietro dal cambiamento troppo rapido che hanno vissuto negli ultimi decenni. Non è un caso che vada a cercare l’ispirazione oltre la Manica evitando accuratamente di rievocare gli Evola, i Del Noce, gli Zolla” (Enrico Pendemonte su Domani 13 novembre 2022). Questa ispirazione politica e culturale di fondo l’abbiamo ritrovata nel discorso di presentazione del governo. Poi, però, questo modello politico culturale presenta mille contraddizioni nelle sue ricadute politiche, come dimostrano una serie di problemi aperti quali i comportamenti assai discutibili del governo sui migranti, le posizioni sbagliate e pericolose sulla sanità, le tendenze contraddittorie sulla giustizia, le stesse incertezze comportamentali per inesperienza manifestate dalla stessa Meloni. Inoltre, sempre in agguato, sono i rozzi estremismi di Salvini e la potenziale doppiezza di Berlusconi sui rapporti con Putin.

Quindi è sempre possibile che si verifichino imprevedibili situazioni di crisi anche per alcuni aspetti assai gravi della situazione economica. Messa nel conto anche quest’altra faccia della Medaglia tuttavia è indispensabile che tutti, in primo luogo il Pd, ma anche i centristi riformisti, facciano i conti con una situazione che presenta profondi elementi di novità che sarebbe sbagliato sottovalutare. Ciò vale in primo luogo per il Pd. Se continua a contrapporsi alla Meloni evocando nei giorni dispari il pericolo del fascismo alle porte, il Pd è destinato a passare di sconfitta in sconfitta perché si contrapporrebbe a qualcosa che non esiste più, a parte fenomeni secondari al limite del folclore.

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