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Il disgelo conviene solo a Pechino: i microchip dietro il nodo Taiwan – Giuseppe Morabito

Il presidente americano Joe Biden ha dichiarato a Bali nel corso del G20 (dopo un vertice bilaterale con il presidente della Cina Popolare Xi Jinping) che la “One China Policy” degli Stati Uniti non è cambiata.

Agli analisti dell’Indo-Pacifico è apparso subito chiaro che la dichiarazione fosse stata concordata nel bilaterale allo scopo di indicare l’inizio del disgelo Usa-Cina Popolare, che fa seguito al monito di Pechino a Mosca, nell’ambito della loro alleanza, sull’uso di armi nucleari nell’attuale conflitto ucraino. 

Dai tempi della presidenza Nixon, Washington ha concordato con Pechino che “di Cina ne esiste una sola, la Repubblica Popolare”. Però gli Stati Uniti hanno sempre affiancato al principio “Una sola Cina” un altro principio: la riunificazione effettiva, se mai avverrà, dovrà essere pacifica e consensuale, non imposta con mezzi aggressivi, tantomeno con la tanto sbandierata invasione.

Taiwan al momento rimane un Paese democratico e sovrano. Biden ha rassicurato Xi Jinping sulla politica “una sola Cina”, ma questo non esclude la difesa americana in caso di invasione dell’isola.

La minaccia di Pechino

Pechino considera la democratica Taiwan come una provincia che deve riunirsi alla Cina Popolare. La minaccia, non velata, è quella di trasformare l’isola in uno Stato di polizia, dopo una cruenta occupazione, e tutto questo dopo aver dimostrato al mondo come Pechino agisce a Hong Kong e nelle aree dove c’è un’opposizione al regime comunista.

Nello specifico, il presidente cinese Xi Jinping ha recentemente affermato che la Cina Popolare si riserva la possibilità di “prendere tutte le misure necessarie” contro “l’interferenza di forze esterne” sulla questione Taiwan.

Le tensioni si sono intensificate quest’estate dopo la visita della presidente della Camera degli Stati Uniti Nancy Pelosi sull’isola. La visita è avvenuta nonostante gli avvertimenti dalla Cina Popolare, che sostiene che Taipei non ha il diritto di condurre relazioni estere.

Il pretesto storico-politico

La storia ci dice che “ufficialmente” la Repubblica di Cina è stata fondata nel 1912 in territorio cinese continentale. A quel tempo, l’isola di Taiwan era sotto il dominio coloniale giapponese a seguito del Trattato di Shimonoseki del 1895, con il quale l’impero Qing cedette Taiwan al Giappone.

Il governo della Repubblica Democratica di Cina iniziò ad esercitare la giurisdizione su Taiwan nel 1945 dopo la resa del Giappone alla fine della Seconda Guerra mondiale.

Il governo della Repubblica di Cina si trasferì a Taiwan nel 1949 mentre si combatteva la guerra civile con il Partito Comunista Cinese. Da allora, la Repubblica di Cina ha continuato ad esercitare la giurisdizione effettiva sull’isola principale di Taiwan e su un certo numero di isole periferiche, permanendo Taiwan e la Cina Popolare ciascuna sotto un governo diverso.

Per quanto precede, le autorità di Pechino (Partito Comunista Cinese) non hanno mai esercitato la sovranità su Taiwan o su altre isole amministrate dalla Repubblica di Cina. Questo è un dato di fatto inconfutabile.

Dunque, a rigore, non si può parlare di riunificazione. Dunque, il principio “Una sola Cina” è solo un pretesto storico-politico.

I microchip di Taiwan

Taiwan è oggi uno dei più grandi produttori di semiconduttori mondiali, non solo dal punto di vista quantitativo ma anche qualitativo. È palese che l’attenzione di Pechino nei confronti di Taipei non è quindi dovuta solo a ragioni storico-politiche e alla posizione strategica dell’isola, che controlla i commerci marittimi che passano nello stretto di Taiwan, ma anche, se non soprattutto, al fatto che la produzione di semiconduttori è basilare per l’economia industriale mondiale.

Gli Stati Uniti supervisionano le società taiwanesi produttrici e hanno “concordato” che Taiwan non esporti verso la Cina Popolare, per alcun motivo, materiali che potrebbero essere utilizzati nella fabbricazione di armamenti.

In breve, il valore dei microchip (minuscole placche costituite da semiconduttori a base soprattutto in silicio) nell’economia moderna ha accresciuto la capacità di influenza di Taiwan, grazie al know-how che l’isola detiene, mettendola ancora di più al centro degli interessi delle principali economie mondiali.

La realizzazione di chip avanzati richiede l’utilizzo di software complessi, sostanze chimiche esplosive, silicio purissimo e macchine che costano centinaia di milioni di dollari per modellare miliardi e miliardi di transistor di dimensioni nanometriche su wafer di silicio.

La leadership della TSMC

Negli ultimi cinquant’anni, la società TSMC (Taiwan Semicinductor Manufacuring Company) è stata il leader mondiale, i suoi ingegneri hanno sperimentato metodi segreti per modellare i chip con una precisione senza precedenti.

TSMC detiene circa il 55 per cento del mercato globale e Taiwan produce quasi tutti i processori più avanzati, una posizione di mercato assolutamente di vertice. E produce ogni anno quasi un terzo della nuova potenza di calcolo su cui facciamo affidamento.

Ciò ha reso TSMC una delle aziende di maggior valore al mondo e più diventa indispensabile per l’economia globale, maggiore è il rischio che il Comitato centrale del Partito Comunista Cinese ordini l’invasione.

Persino gli investitori, che per anni hanno scelto di ignorare la crescente gravità dell’antagonismo Usa-Cina Popolare hanno iniziato a guardare nervosamente la mappa delle fabbriche di chip di TSMC, disposte lungo la costa occidentale dello Stretto di Taiwan. La pace dunque va a vantaggio di ogni Paese (industrializzato e non), data la dipendenza del mondo dalla catena di fornitura di semiconduttori a Taiwan.

Negli Stati Uniti, la discussione sui semiconduttori si è incentrata sul deficit di chip per le automobili che ha congelato le fabbriche per parte del 2021 e del 2022. Eppure, le aziende mondiali di chip hanno effettivamente prodotto più semiconduttori nel corso della pandemia, l’8 per cento in più nel 2020 e il 20 per cento in più nel 2021. La carenza è derivata da una maggiore domanda, non da problemi con l’offerta.

Le ipotesi di attacco cinese

Evidente che non è difficile immaginare come potrebbe crollare l’offerta di semiconduttori in caso di aggressione di Pechino con è un’invasione in stile D-Day, con centinaia di navi cinesi che attraversano lo Stretto e sbarcano migliaia di elementi di fanteria.

Altre opzioni sarebbero più facili da implementare per il PLA. Un blocco aereo e marittimo parziale sarebbe impossibile da sconfiggere da solo per Taiwan.

Anche senza un blocco, una sola campagna aerea e missilistica cinese potrebbe depotenziare in modo totale l’esercito di Taiwan e bloccare l’economia del Paese. In un paio di giorni, in assenza di aiuti immediati statunitensi, distruggere le principali risorse militari taiwanesi – aeroporti, strutture radar, centri di comunicazione e simili, ma resta il dubbio se sarebbe fatto senza demolire la capacità produttiva dell’isola.

L’idea che la Cina Popolare possa distruggere semplicemente le strutture di TSMC per dispetto non ha senso, perché la Cina Popolare soffrirebbe quanto chiunque altro, soprattutto perché gli Stati Uniti e i suoi alleati avrebbero comunque accesso ad altre produzioni avanzate di semiconduttori nella Silicon Valley (California), in Corea del Sud ed Europa.

Inoltre, se la Cina Popolare dovesse invadere, è improbabile che catturi tutti i dipendenti di TSMC. Se lo facesse, ci vorrebbe solo una manciata di ingegneri arrabbiati per sabotare l’intera operazione. Il PLA ha dimostrato di poter conquistare le vette himalayane dall’India sul confine conteso dei due Paesi, ma impadronirsi delle fabbriche più complesse del mondo, piene dei macchinari più precisi del mondo, è diverso.

La difesa di Taiwan

È anche perfettamente ragionevole pensare che Pechino possa decidere che la pressione militare senza un’invasione su vasta scala potrebbe minare in modo importante la garanzia di sicurezza fornita dall’America e demoralizzare fatalmente Taiwan.

Al momento, il governo di Taipei porta avanti la politica di difesa detta “Porcupine” (Porcospino), che in estrema sintesi vuole rendere così costosa in termini di vite umane e impegno logistico-militare una eventuale aggressione, tanto da far ricredere l’aggressore della effettiva utilità e guadagno strategico.

Uno scenario del genere sarebbe comunque disastroso per la posizione economica e geopolitica dell’America e di tutto il mondo industrializzato. Sarebbe ancora peggio se una guerra mettesse fuori combattimento le fabbriche di TSMC.

L’impatto sull’industria dei chip

L’economia mondiale e le catene di approvvigionamento che attraversano l’Asia e lo Stretto di Taiwan si basano su questa pace precaria. Trilioni di dollari vengono investiti in aziende e strutture all’interno di un raggio missilistico dello Stretto di Taiwan, a Shenzhen e Hong Kong, Fujian e Taipei.

L’industria mondiale dei chip, così come l’assemblaggio di tutti i chip di prodotti elettronici abilitati, dipende più dallo Stretto di Taiwan e dalla costa della Cina meridionale che da qualsiasi altro pezzo del territorio mondiale tranne la Silicon Valley.

La carenza di semiconduttori post-Covid ha ricordato che i chip non sono necessari solo nei telefoni e nei computer. Aerei e automobili, forni a microonde e apparecchiature di produzione: prodotti di ogni tipo dovrebbero affrontare ritardi devastanti.

Circa un terzo della produzione di processori per pc verrebbe interrotto fino a quando non fossero stati costruiti nuovi stabilimenti di produzione altrove. La crescita della capacità del data center rallenterebbe drasticamente, soprattutto per i server focalizzati su algoritmi di intelligenza artificiale, che dipendono maggiormente dai chip prodotti da Taiwan.

Il disgelo conviene solo a Pechino

In conclusione, l’industria dei chip dell’isola costringe sicuramente gli Stati Uniti e il mondo democratico a prendere più sul serio la difesa di Taiwan.

La distensione messa in luce a Bali, in qualunque forma avvenga, appare come conveniente solo a Pechino che guadagna tempo per affinare le capacità e potenzialità del suo eventuale strumento militare di aggressione e si prepara al meglio a sopperire in proprio alla crisi potenziale di carenza di semiconduttori.

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