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I riti di Santu Jubanne rivivono con i fuochi e la “comparia”

NUORO. «A largos annos chin salude». È con queste parole benauguranti che Franco Stefano Ruiu ha chiuso la magica serata de sos focos de Santu Jubanne, i fuochi di San Giovanni, lo scorso 23 giugno, in via Gianni Rodari. «La notte delle magie e dei misteri» ha sottolineato il noto fotografo documentarista nuorese, deus ex machina del ritorno a un’antica tradizione che rischiava di scomparire, appuntamento redivivo e particolarmente sentito che ha tanto i sapori di comunità e fratellanza. Un’occasione, non a caso, per diventare compares de Santu Jubanne, un voto di fede reciproca che ha valore eterno. «Su sarmentu l’ho raccolto e ridotto a fascine, idem come sopra sos frores de Santu Jubanne. Lavanda e rosmarino. Diventeranno fuochi fatui, effimeri, più di fumo che di fiamma, e saranno occasione propizia per suggellare amicizie, che suggelleranno vincoli sacri, di comparie» ha raccontato Ruiu, visibilmente emozionato durante la lectio magistralis davanti agli amici di Nuoro e a quelli arrivati dal resto dell’isola. Da Selargius, Alghero, Telti: singoli e famiglie intere sono arrivate in città «per rinsaldare vincoli di comparatico già esistenti (battesimo e cresima) e per “saltare” il fuoco». «Perché una trentina di persone hanno attraversato l’isola, nel vero senso della parola, dall’alto in basso, per giungere a Nuoro in un tramonto così importante, perché?» si è domandato lo stesso Ruiu. «Un richiamo, ritengo ancestrale – è la risposta –, lo stesso che alcuni anni fa ha smosso le acque portandomi a riaccendere “i fuochi” dopo così tanti anni di oblio. Quel fuoco non è solo fiamme. Quel fumo non è solo incenso profano. Quel salto non è solo superare paure. Quell’abbraccio finale non è lo stesso dei tanti abbracci fatti e da fare. Quello stare insieme non è solo bisogno di allontanare il Covid e quant’altro ancora. È la natura dell’uomo, nell’occasione, ridotta all’essenza».

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