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Guai a spacciare l’unità nazionale come nuova normalità. Parla il prof. Curini

Gli scenari della crisi di governo, chi ci perde e chi ci guadagna, il dilemma di Letta e l’occasione del centrodestra, l’unità nazionale che deve restare un’eccezione rispetto alla normale dialettica democratica. Questi i temi dell’intervista a Luigi Curini, politologo, professore ordinario di scienze politiche all’Università degli Studi di Milano.

TOMMASO ALESSANDRO DE FILIPPO: Professor Curini, innanzitutto le chiedo una sua previsione in merito alla crisi di governo. Come crede si concluderà?

LUIGI CURINI: Prevedere quello che succederà mercoledì e nei giorni successivi rischia di essere un esercizio vano, che può portarci da una parte o dall’altra a seconda di qualche capriccio dei vari politici. Quello che invece si può fare, più prosaicamente, è cercare di dare un senso a quello che è successo nei giorni scorsi, ed alle conseguenze che gli avvenimenti avranno nel futuro. Un esercizio forse meno eccitante, ma credo più interessante.

La logica del “terribile” Conte

TADF: Ovvero?

LC: Partiamo da Conte. Il “terribile” Conte. La sua parabola è il perfetto emblema della narrazione emotiva (ma ideologicamente fondata) che imperversa sui nostri media da qualche anno a questa parte. Dalla polvere, perché amico del nemico per eccellenza (ovvero Salvini) al tempo del Conte 1, all’altare quando “ravvedendosi” è diventato nemico del nemico e quindi amico degli amici (Nazareno & Co.), per poi “tornare alla polvere” in questi giorni.

In realtà Conte, strategicamente, ha fatto l’unica cosa che potesse fare sotto molti aspetti. Ha preso un partito che ha la metà degli eletti rispetto al 2018, da tutte le tornate amministrative certificato in grandissima difficoltà, che non riesce ad imporre nulla di rilevante nell’agenda del governo Draghi, mentre alle porte bussa l’ottobre assai complesso che si prospetta.

Pertanto, che senso avrebbe avuto continuare con il solito tran-tran? Parafrasando Moretti ed il suo “di’ qualcosa di sinistra”, Conte doveva necessariamente “dire qualcosa di pentastellato”, o politicamente perire. Pertanto, ha ora tre scenari di fronte a lui, tutti migliori di quello che era lo status quo fino alla scorsa settimana.

Tre scenari

TADF: Quali sarebbero questi tre scenari?

LC: Il primo è quello di un Draghi-bis senza 5 Stelle, che quindi potrebbe impegnarsi in una opposizione dura in vista delle elezioni. Il secondo è quello dove si torna alle urne, dove il Movimento 5 Stelle si presenterebbe “con le mani libere”, potendo lavorarsi quel che resta del suo elettorato, parlando la lingua più congeniale: quella anti-establishment. Nel terzo scenario, il M5S potrebbe addirittura rientrare nel governo Draghi, dopo aver ottenuto qualcosa di tangibile, da presentare ai propri elettori come una vittoria.

TADF: Dal suo punto di vista, cosa ha determinato la scelta di Conte di aprire questa crisi di governo, oltre alla polemica sul termovalorizzatore di Roma?

LC: Ritengo la scelta di Conte sia stata facilitata e determinata dalla scissione di Luigi Di Maio, ovvero da quello che alcuni commentatori hanno celebrato come un fattore di stabilità per il governo Draghi. Tuttavia, tale scissione ha ridotto il gruppo parlamentare del M5S, che paradossalmente è diventato più manovrabile dai propri vertici, ed ha favorito un’azione di rottura verso il governo che si è poi consumata in Parlamento.

Il dilemma lose-lose di Letta

TADF: Qual è la forza politica maggiormente danneggiata dalla crisi e perché?

LC: Senza alcun dubbio il Partito democratico di Enrico Letta, che oramai si trova di fronte ad un dilemma lose-lose (a meno di ravvedimenti di Conte): o la prosecuzione del governo Draghi senza 5 Stelle, ergo un governo dove gli azionisti di maggioranza dello stesso sarebbero chiaramente nel centrodestra; oppure elezioni con in soffitta il “campo largo”. Al Pd rimane Di Maio, con cui il rischio di schiantarsi alle urne diventa però una possibilità non banale.

Consigli al centrodestra

TADF: E i partiti che possono trarne maggior beneficio?

LC: Il centrodestra per una volte esce bene dalla crisi, esattamente per le ragioni che rendono Letta perdente: o finisce per pesare di più in un eventuale Draghi-bis senza 5 Stelle, oppure va alle elezioni con la concreta possibilità di vincerle (grazie alla scelta della Meloni di rimanere all’opposizione). Una possibilità concreta che però non deve essere data per scontata. Continuo a vedere degli ostacoli non banali che dovrebbero spingere ad intraprendere delle iniziative comuni.

TADF: Quali?

LC: In primis l’astensionismo, che sta colpendo molto più la destra rispetto alla sinistra (un lascito non banale delle politiche di chiusura, Green Pass “strumento di libertà” incluso, del periodo Covid).

In secondo luogo, è necessario un posizionamento atlantista da parte dell’intero centrodestra, un atlantismo forte ma al tempo stesso ragionato (ovvero non fine a sé stesso come a volte si sente ripetere).

Inoltre, i leader della coalizione dovrebbero sedersi ad un tavolo, identificare un programma comune (lo scrivo da anni – ma a qualche mese dalle elezioni la cosa si fa più urgente), e possibilmente indicare un futuro leader per il governo. Insomma, non ripetere la storia della “competizione tra tre punte” che già una volta portò parecchio male al centrodestra.

Draghi in posizione win-win

TADF: Al netto di quale sarà la sua scelta e di come si concluderà la crisi di governo, il premier Draghi in che condizioni politiche e con quale credibilità esce da questa fase?

LC: Mario Draghi è per me l’altro vincente di questi giorni. Acclamato da tutti, si ritrova in una comoda posizione: o mollare tutto dando la colpa ai “politici ed al politichese”, una mossa straordinariamente efficace per evitare i guai del prossimo ottobre, e farsi trovare eventualmente pronto per una futura chiamata, che sarebbe davvero con “pieni poteri”.

Oppure, dimostrare magnanimamente di aver ascoltato il coro da tragedia greca che si è alzato in questi giorni, tornando al governo. Tuttavia, anche in questo caso pretenderebbe ancor più autonomia rispetto a quella avuta fin d’ora.

Non a caso, si sprecano gli appelli ad evitare la “politicizzazione” di un eventuale nuovo governo Draghi, come se la politica potesse stare magicamente fuori dall’operato di un Esecutivo. Questo punto mi spinge a menzionare il “fronte centrista”, il gruppo teoricamente autonomo da destra e sinistra, che si dichiara composto da responsabili e competenti.

Nuova normalità

TADF: Che valutazione si sente di esprimere su di essi? Cosa non la convince?

LC: Mi lascia perplesso il loro grido “con il governo Draghi, senza se e senza ma”, segno che non valutino il fatto che un governo di unità nazionale è una eccezione, una ferita dentro la dinamica politica democratica, che ha senso solo per brevi periodi e se deve raggiungere obiettivi specifici.

Pertanto, spacciarlo per una nuova normalità, come fanno diversi esponenti dell’area di centro, è preoccupante. La politica e la sua competizione non si possono neutralizzare. Non è possibile nascondere la politica sotto un tappeto, pretendere che non esista e volersi affidare al grand commis di turno (magari in tandem con l’Unione europea).

Più che liberale, come qualcuno di questi novelli politici “centristi” lo definisce, mi pare questo fronte abbia una posizione chiaramente tecnocratica. Consiglierei loro di provare almeno a camuffare la cosa.

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