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Global tax, arrivano le tasse castiga-giganti (ma le nostre caleranno?)

(Ferruccio de Bortoli – corriere.it) – L’ultima gara tra ultramiliardari è fuori dalla nostra atmosfera. Richard Branson un salto l’ha già fatto. Jeff Bezos è pronto a seguirlo. La sfida è aperta. Del resto, anche un’avveniristica barca a vela o un mega yacht non è più uno status symbol sufficiente a misurare ricchezza, potere e vanità di conquista. «Il vento mi piace perché non si può comprare», diceva Gianni Agnelli. Lo spazio invece sì. Ormai è aperto anche alle imprese dei privati, non più prerogativa delle sole superpotenze. Gli stati sono impegnati invece — e lo hanno dimostrato gli ultimi vertici del G7 in Cornovaglia, in giugno, e del G20 a Venezia — a recuperare potere sulla Terra. A ristabilire un novecentesco legame tra territorio e ricchezza quasi impossibile nell’era dell’immaterialità digitale. Tra le cento maggiori economie del pianeta, più della metà è costituita da multinazionali. L’esempio più clamoroso riguarda la capitalizzazione di Tesla, di proprietà di Elon Musk (che progetta di andare su Marte), superiore al prodotto interno lordo della Svezia o del Belgio. Secondo la Federal Reserve, l’1 per cento della popolazione americana possiede, in sole attività finanziarie, circa 20 mila miliardi di dollari. Una cifra superiore alla ricchezza creata ogni anno dalla principale (ancora per quanto?) economia al mondo, cioè gli Stati Uniti.

Accordo storico

Nella classifica di Bloomberg, tra i super ricchi, nove su dieci sono americani (l’unico europeo è Bernard Arnault). La parte del leone la fanno gli imprenditori del web i quali, anche senza andare nello spazio, la gravità fiscale l’hanno persa da anni. Se un singolo cittadino si trovasse a pagare poco meno dell’1 per cento sui suoi guadagni, al pari di celebrati marchi della Rete in Irlanda, si sentirebbe avvolto in un’euforica leggerezza, si sentirebbe al settimo cielo. La svolta Ora qualcosa è cambiato con l’annuncio che, probabilmente dal 2023, verrà introdotta una global minimum tax oltre alla ripartizione dei prelievi fiscali sui grandi gruppi tra luoghi di residenza e mercati in cui realizzano effettivamente i ricavi. Il cammino, cominciato in sede Ocse, l’organizzazione che raggruppa i Paesi industrializzati, è ancora lungo.
Ma 131 dei 139 membri dell’Inclusive Framework hanno firmato il primo luglio un accordo che giudicare di importanza storica non è eccessivo. Segna il ritorno di un potere statuale la cui affermazione pratica dipenderà da molte variabili, politiche (il consenso dei Parlamenti, in particolare del Congresso Usa) e tecniche. Bisognerà convincere riottosi “paradisi fiscali” come la già citata Irlanda, ma anche l’Ungheria e l’Estonia per restare in Europa. La direzione però è tracciata, forse definitivamente. Il cerchio si stringe. Primo e non trascurabile effetto dell’intesa, sancita solennemente al G20 dell’Arsenale veneziano, è il tramonto della digital service tax europea. Condizione posta dall’amministrazione americana. E accettata da Bruxelles, memore delle lunghe e inconcludenti trattative con la Casa Bianca di Trump, risolutamente contraria a qualsiasi ipotesi di tassazione globale. Finiscono dunque di fatto nel già ingombro cestino delle misure fiscali temporanee e inconcludenti le due web tax nazionali finora varate. Quella francese — Parigi è la più severa nel chiedere misure globali incisive — e quella italiana. Entrambe deludenti dal lato degli incassi.

Due pilastri

Un solo esempio: quella varata da Roma avrebbe dovuto incassare 700 milioni nel 2020, si è fermata a 233. Se solo fosse passata la proposta, avanzata a suo tempo dal presidente della Commissione Industria del Senato Massimo Mucchetti, di un’aliquota sui profitti lordi incassata dagli intermediari finanziari come sostituti d’imposta, il risultato sarebbe stato assai differente. La digital tax europea – che pure è stata messa tra le fonti di finanziamento del Next Generation Eu – era già all’origine una interim tax, un chiavistello provvisorio per scongiurare un proliferare di misure nazionali inefficaci e soprattutto per premere sugli Stati Uniti. Dunque, un suo effetto lo ha avuto.
L’accordo Ocse, recepito dal G7 e poi dal G20, ha due pilastri. Il primo riguarda le multinazionali, soprattutto digitali, con oltre 20 miliardi di dollari di fatturato. E prevede la ripartizione degli utili fra Paese sede dell’impresa e Paesi in cui questa opera. Il primo potrà tassare fino al 10 per cento del fatturato; la parte che residua (se c’è) sarà ripartita tra i Paesi in cui gli affari sono stati conclusi e forse nemmeno tutta ma almeno per una quota tra il 20 e il 30 per cento. «La principale novità — è il commento di uno dei più grandi esperti fiscali italiani, Tommaso Di Tanno, che ha coordinato un pamphlet sulla web tax della Fondazione Visentini — è l’affermazione del gruppo come soggetto passivo d’imposta. Nella normalità delle legislazioni nazionali, il soggetto è la singola società e la tassazione a livello di gruppo una semplice opzione. La capogruppo, in base al pillar one dell’Ocse, verrebbe tassata in via ordinaria nel Paese dove ha la residenza, mettiamo gli Stati Uniti, e in forma straordinaria nei Paesi dove le vendite sono state realizzate, indipendentemente dalla sua presenza fisica in loco secondo il criterio della stabile organizzazione».

Tassa globale

Ma la ripartizione di questo extra gettito come avverrebbe? Non sarebbe sempre possibile, come accade attualmente, ripartire diversamente i costi e ridurre di conseguenza i profitti? «La divisione tra Paesi e mercati, al momento ipotetica — prosegue Di Tanno — è qui pensata in base ai ricavi, non ai profitti. La difficoltà maggiore che io vedo è nel fatto che ogni amministrazione statale misura i ricavi in modo diverso. Se non c’è una stabile organizzazione, ovvero una società che fa un bilancio nello Stato in cui opera, come fa il Fisco a ottenere le informazioni di cui ha bisogno? Chiede direttamente a Google?». Il pillar one è rivolto solo alle grandi multinazionali che finora hanno avuto un potere decisamente superiore agli Stati, salvo poi trovare intese forfettarie, anche a fronte di un’attività di contrasto che ha visto l’Antitrust europeo più sollecito di altre autorità mondiali. Sarà uno scontro tra titani.
Il secondo pilastro, il pillar two, è l’introduzione della global minimum tax al 15 per cento. «Negli ultimi decenni — è ancora l’analisi di Di Tanno — vi è stata una costante e progressiva diminuzione delle tasse sulle società, dal 40 per cento medio degli anni Settanta all’attuale 20 per cento, che ha comportato come conseguenza, in molti Paesi, un maggior prelievo sulle persone fisiche. Con alcuni aspetti paradossali vista l’esistenza di gruppi con profitti bassi, se non inesistenti, ma elevati valori di Borsa. Investo nei titoli di una società che magari perde, li tengo, li metto magari a garanzia di un prestito e trasformo un costo fiscale in un costo finanziario, oggi con i tassi bassi del tutto irrisorio. Cioè passo, a pari liquidità nelle mie tasche, dal 26 per cento all’1 per cento, forse meno».
Ma l’aliquota del 15 per cento non è troppo bassa come dicono i francesi? «Certo, è inferiore a quasi tutte le corporate tax, esclusi i paradisi fiscali, e alla minore delle aliquote Irpef ma si applica, come ho già detto, a livello di gruppo. Alle imprese con almeno 750 milioni di dollari di fatturato, non poche. Conta il segnale, la volontà politica. Poi si tratterà di sciogliere molti dubbi». Ne dica soltanto uno? «A volte si può decidere di tassare poco o nulla, per ragioni di emergenza, imprese per esempio nelle aree terremotate o di promuovere intere filiere, nell’auto come nel tessile. Lo si può fare per ragioni nobili o ignobili. Chi valuta se e come tenerne conto? Qui sta la leva della politica e della coscienza civile».
E siamo già usciti dall’ambito puramente tecnico e fiscale. Ma se le economie più evolute sono veramente entrate nell’era della sostenibilità e dell’inclusione, qualcosa forse sta cambiando. Ma inutile farsi troppe illusioni.

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