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«Femminicidio, l’ergastolo va confermato»

NUORO. “Fine pena mai”. La parola ergastolo dopo la sentenza di primo grado, è risuonata ancora una volta al processo per il femminicidio di Romina Meloni e il tentato omicidio del suo fidanzato. Così come era emerso nel corso della requisitoria del primo processo, celebrato con rito abbreviato, «non ci sono attenuanti per alleggerire la condotta criminosa e giustificare la furia omicida» di Ettore Sini, l’agente di polizia penitenziaria di Bono che il 31 marzo di due anni fa, a Nuoro, aveva ucciso a colpi di pistola l’ex compagna, e ferito gravemente Gabriele Fois. Ieri mattina davanti alla Corte d’assise d’appello di Sassari (presieduta da Maria Teresa Lupinu, a latere Capitta), il procuratore generale, Roberta Pischedda, ha fatto emergere ancora una volta, le circostanze aggravanti che già in primo grado, avevano portato la pubblica accusa a chiedere il carcere a vita per l’imputato, accusato di omicidio volontario e tentato omicidio per motivi abietti.

Ettore Sini (difeso dagli avvocati Lorenzo Soro e Pasquale Ramazzotti) quella tragica domenica di fine marzo, aveva agito con premeditazione, nonostante avesse avuto tutto il tempo per ricredersi. Non ha dubbi il procuratore generale che ieri in aula ha letto stralci di conversazioni tra l’imputato e l’ex compagna, che aveva deciso di interrompere la loro relazione per iniziarne un’altra con Gabriele Fois. Per l’accusa l’uomo aveva agito spinto dalla gelosia perché non accettava la decisione della donna, e in preda all’ira, quel giorno, era partito da Ozieri per Nuoro armato della pistola che poteva detenere ma non portare con sé. Nella sua lunga e articolata requisitoria il procuratore generale ha rimarcato la ferocia dell’ex agente penitenziario che arrivato davanti alla palazzina di via Napoli, in città, aveva fatto irruzione nell’appartamento dell’ex fidanzata e, dopo aver sfondato la porta d’ingresso a calci, aveva sparato all’uomo che si era frapposto fra lui e Romina, ferendolo gravemente. Poi aveva fatto fuoco contro l’ex compagna, uccidendola sul colpo. Alla luce del risultato della perizia psichiatrica dello specialista Paolo Milia, per l’accusa non possono esserci attenuanti riconducibili allo stato d’animo alterato dell’imputato, all’epoca dei fatti. Il medico, infatti, chiamato a valutare se l’uomo al momento del delitto fosse affetto da patologie, anche transitorie, ledenti le sue facoltà mentali, o da disturbi di personalità incidenti sulla sua capacità di intendere e di volere, era stato chiaro, e aveva definito Ettore Sini «esente da patologie di rilevanza psichiatrica». L’imputato era stato descritto nella perizia come un uomo dalla personalità sostanzialmente sana, «caratterizzata da alcuni “tratti” di comportamento “disfunzionali” ma non tali da avere quelle caratteristiche di rigidità, gravità, continuità ed estensione necessari perché si parli di un vero e proprio disturbo della personalità». La parola è passata poi alle parti civili. «Ci sono fatti incontrovertibili» hanno detto gli avvocati Orlando Ugone e Bruno Conti che tutelano gli interessi dei familiari di Romina Meloni, prima di chiedere anche loro la conferma dell’ergastolo. Condanna sollecitata anche dagli avvocati Pietro e Mario Silvestro Pittalis, difensori di Gabriele Fois, che hanno evidenziato come la ricostruzione fatta dal loro assistito una volta uscito dal coma, non era stata erronea, come, invece, sottolineato dalla difesa dell’imputato. «Nel corso delle indagini tutti gli elementi erano stati confermati e Fois mai sconfessato – hanno rimarcato i legali –. L’uomo, intanto, subisce gli effetti della condotta criminosa per i danni collegati alla perdita della capacità lavorativa, e per le ricadute sulla salute e sulla qualità di vita».

Il processo è stato aggiornato al 5 luglio per le arringhe degli avvocati Lorenzo Soro e Pasquale Ramazzotti. Dopo eventuali repliche, il 16 luglio è attesa la sentenza.

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