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Fede e Bebe, forza!

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 28-29 di «Vanity Fair», in edicola fino al 20 luglio.

Erano solo Federica e Beatrice e sono diventate molto presto un’altra cosa. Un simbolo, un nome da gridare, quattro lettere in fila tra vasche e stoccate. Fede e Bebe corrono, sognano e combattono da quando sono bambine, ma siccome lottano non si concedono il lusso delle doglianze. Nessuno le ha obbligate a fare della normalità una terra straniera: «La mia frase preferita», dice Bebe, «è non piangersi addosso, lamentarsi è inutile». «Ho fatto quello che ho fatto, a partire dai sacrifici, perché affrontarli mi piaceva», argomenta Federica Pellegrini, nata a due passi dall’acqua di Venezia e che nell’acqua, nuotando, ha passato «trent’anni su quasi trentatré». Beatrice Maria Adelaide detta Bebe, invece, Venezia ce l’ha impressa sui documenti d’identità, ma la sua identità l’ha sviluppata in pedana e l’ha fatta conoscere al mondo. Chi di spada ferisce di spada perisce, non è il motto di Bebe. «Mio padre dice una cosa bella e condivisibile: “La nostra storia è stata difficile, ma non è mai stata triste. È stata faticosissima, ma non malinconica”. Fare scherma senza braccia pareva utopia e i miei sogni sembravano impossibili da realizzare. Sono diventati realtà. Ma ho sempre creduto che se una cosa appare impraticabile a tutti, allora significa che si può fare».

Entrambe hanno incontrato ostacoli, barriere, discese ardite e risalite. Entrambe hanno lasciato l’infanzia in un angolo e si sono messe in marcia. Entrambe stanno per affrontare un’Olimpiade. Per Bebe è la seconda: «“Non puoi farlo”, “il tuo corpo non te lo permette”, sono frasi che ho sentito molte volte, ma non mi sono mai demoralizzata. Sono stata abituata da sempre a trasformare la paura in qualcosa di positivo, a mutarla in rabbia, cattiveria agonistica e voglia di cancellare gli scetticismi. Ho avuto le palle. E oggi, essere qui, mi sembra magico ma quasi logico». Per Federica è la quinta. «So già che sarà l’ultima e so anche che nella seconda fase della mia vita l’agonismo e la competizione mi mancheranno molto. Ma quest’anno in cui ho compiuto un profondo percorso sia introspettivo che sportivo, mi ha lasciato una consapevolezza: sento che è arrivato il mio momento e che come persona, come donna e come essere umano, il nuoto non riesce più a essere la mia priorità assoluta. Mi è sempre più difficile andare via di casa per allenarmi e condurre la stessa esistenza che ha ritmato i miei decenni fino a oggi. Mi sto avvicinando al fatidico addio, ma la prego, non fateci il titolo, di leggere “La Pellegrini si ritira” non ne posso più».

Bebe e Fede sono molto diverse. La prima ribadisce fino alla tautologia che da solo non si salva nessuno: «Tutti gli obiettivi che ho raggiunto non li ho mai raggiunti da sola, ma ho sempre avuto una squadra pronta ad aiutarmi e sono stata molto fortunata». La seconda sostiene che il grazie più sentito lo debba a se stessa: «Ho sempre avuto la presunzione, una presunzione che molto spesso mi ha letteralmente salvato la vita, che nella mia parabola sportiva non mi servisse nessuno. Ho praticato uno sport prettamente individuale in cui a entrare in acqua e a far andare le braccia ero io. Se ho dovuto cambiare, ed è accaduto, il movimento è partito sempre da me. Se qualcuno mi si è avvicinato con le intenzioni sbagliate o non ha creduto in me quando avrei avuto bisogno di sostegno, ho sempre deciso in autonomia di allontanarlo. Non con indifferenza, perché un addio ti lascia sempre un’amarezza, ma senza nessun timore».

Bebe e Fede sono molto diverse, ma hanno più di un punto di contatto. La famiglia sopra ogni altro. Per Bebe: «Il posto in cui mi diverto di più al mondo. I miei hanno sempre scherzato e sdrammatizzato su tutto. Sono stati ironici, ma anche fermi. Hanno sorriso, ma mi hanno insegnato a darmi da fare. La pappa pronta o il focolare nel quale rintanarsi per sfuggire alla responsabilità non è mai stata la loro filosofia: mi hanno insegnato a pormi degli obiettivi e mi hanno sempre indicato la porta di casa. “Aprila, esci e vai a farti una vita”». A 11 anni, dopo una meningite fulminante, a Bebe Vio vennero amputate gambe e braccia. «A casa non avevamo la morfina e io avvertivo un dolore insopportabile. Imprecavo, urlavo di volermi suicidare e minacciavo di buttarmi dal letto. E mio padre Ruggero fu secco: “Buttandoti dal letto non ti suicidi, ma ti fai solo più male. Se vuoi, siamo al secondo piano, ti accompagno alla finestra”. Poi fece una breve pausa, sorrise e mi guardò negli occhi: “Dai Bebe, non rompere le palle, la vita è una figata”. Non gli sarò mai abbastanza grata per quella frase». Per Federica, cambiano le circostanze, ma non i contesti. Somiglianti al di là delle atmosfere, della geografia, dell’anagrafe: «La mia fortuna più grande è stata la mia famiglia. I miei genitori, due veri anticonformisti visti i tempi, si vogliono ancora bene e quel senso di unione hanno saputo trasmettermelo». Anche qui regole, coesione, disciplina. «Papà era stato nella Folgore ed è logico che crescere in una famiglia con un simile imprinting abbia avuto il suo peso. Anche se mio padre è molto cambiato e non è più da tempo l’ex militare che era da ragazzo, il suo esempio ha saputo prepararmi ad affrontare sia la vita di tutti i giorni sia lo sport che ho scelto di praticare». A ritmi simili e a questo tasso costante di emotività gli anni non potevano che pesare il doppio. Così Bebe con la levità dei suoi 24 anni dice cose serissime e quasi incredibili: «Che cosa ho imparato davvero dalla mia esperienza? Che non devi quasi morire per iniziare a vivere» e Federica che ne ha nove in più, gareggia in saggezza senza sfigurare: «Una cosa ce l’ho chiara: la forza per superare le avversità possiamo darcela solo noi. La principale battaglia da superare è con noi e per vincerla, prima che con gli altri, bisogna far pace con se stessi».

Per tutte e due, per ragioni così vicine e così lontane, lo sguardo degli altri ha avuto la sua importanza. Per Bebe: «Non mi è mai servita la pietà altrui, ma la comprensione. La pena negli occhi degli altri non l’ho mai cercata e anzi, se mi vuoi veramente offendere devi dirmi “poverina”. Emanciparsi ha rappresentato un lungo percorso. Io sono cresciuta con un mito di nome Alex Zanardi: ai miei occhi un dio a cui ogni cosa è concessa. Io ero la sua versione tarocca, “scrausa”, molto minore e nel mio piccolo andavo in giro con le protesi esposte senza mai avvertire il problema di nascondere la mia disabilità. Il problema era nella commiserazione degli altri. Degli adulti. Se un bambino mi vedeva per la via e chiedeva a sua madre: “Cos’ha quella ragazza alle gambe?”, tre volte su quattro la risposta era “non guardare”. A mio avviso l’errore più grande che si possa compiere. Mi è capitato anche di incontrare persone diverse. Madri che non avevano paura e bambini che ne avevano ancora meno di loro. Si avvicinavano, toccavano, mi chiedevano: “Ma come funzionano?”. Quando sentivo dirmi: “Non ci credo che sono finte, te le togli e me le fai vedere?” lo facevo senza indugi. Felice. Imparavano loro e imparavo qualcosa anche io». Per Fede: «Quando vinci una medaglia olimpica a sedici anni la vita prende un’altra piega ed è persino ovvio che tu sia soggetta al pensiero e allo sguardo critico di chiunque ti passi di fianco. Un po’ perché te lo immagini te, un po’ perché senti le voci, un po’ perché sei in un periodo particolare della tua vita in cui ti senti giudicata anche per il capello fuori

posto. Maturando e crescendo ho fatto pace anche con questo. Il mio corpo e la mia fisicità mi hanno fatto soffrire. Quando ero giovanissima non ero esile come adesso, mi sentivo giudicata per le spalle larghe e allenandomi in continuazione, come quando il cane si

morde la coda, da quella impasse non riuscivo a emergere. Poi ho lavorato molto su me stessa e mi sono accettata. E accettandomi è cambiato tutto. Adesso sono felicissima di come sono e ho imparato anche a pavoneggiarmi con quelle spalle che scoprivo con ritrosia e che essendo una nuotatrice sono state il mio cruccio per anni. Se prima entrare in una stanza e vedere le spalline esili delle altre mi imbarazzava, ora non più».

Federica non ha più timori: «Se non dell’ignoto, di non aver tutto sotto controllo, dell’acqua fonda dove non vedo», ma ha trovato la chiave per il suo stile libero: «La mia libertà non è fare ciò che voglio quando voglio, ma non sentirmi più giudicata da nessuno. Lo sguardo degli altri non mi fa più nulla». La stessa porta, Bebe l’ha aperta in un altro modo, ma come Federica vede al di là. «Sa l’ultima volta che ci sono riuscita? Con le foto di Cattelan. Mi ha messo a nudo. Mi ha letteralmente smontata e con le mie protesi ha smontato a uno a uno i pregiudizi, i preconcetti e la retorica. Ha dimostrato che se sei un poeta puoi anche scherzare con la disabilità e farne un emblema. È riuscito a vedere le cose da un altro punto di vista. In quella foto c’è molto più di una fotografia». L’ultimo scatto, la sintesi di due persone eccezionali, donne, in questo caso, solo incidentalmente, è di Federica: «Il movimento femminile in questi anni ha fatto molti passi in avanti. Una donna che si approccia a un mondo di uomini sa che all’inizio dovrà faticare il doppio per emergere. Non è giusto? Sicuramente. L’importante è esserne consapevoli. Dà più forza, spiazza, sovverte le gerarchie. In una parola, rivoluziona».

(Creative direction and concept by Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari)

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