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Fase 2 del conflitto: c’è da avere paura

Cedere spazio in cambio di tempo è un classico: più che cantare vittoria bisognerebbe prestare attenzione a cosa possano servire il tempo guadagnato e il vuoto lasciato. Attingendo alla stessa fonte – Ucraina-Pentagono, ormai coincidenti – i grandi giornali europei e statunitensi si replicano a vicenda […]

(DI FABIO MINI – ilfattoquotidiano.it) – Attingendo alla stessa fonte – Ucraina-Pentagono, ormai coincidenti – i grandi giornali europei e statunitensi si replicano a vicenda e rivelano, chi più chi meno, speranze e timori, aspettative e scongiuri sull’andamento della guerra.

I nostri giornali, aggiungono una buona dose di fanatismo calcistico ed entusiasmo mediterraneo in stile parte-nome e parte-napoletano (ma anche romano, milanese e torinese), comunque di parte: sempre la stessa. A leggerli, ieri l’altro, si poteva soltanto essere felici: la guerra sta finendo, la vittoria ucraina è vicina e la débâcle russa disastrosa e definitiva. Non solo le sanzioni alla Russia funzionano benissimo, ma le armi occidentali all’Ucraina sono determinanti e per trasformare la vittoria della grande controffensiva ucraina in disfatta politico militare per l’intera Russia, ormai in ginocchio, occorre mandarne ancora, non ce ne sarebbe bisogno, ma così, “tanto per”. A leggere i giornali americani di ieri si potevano notare dei velati distinguo, ovviamente ignorati da tutti gli altri. Il NY Times, definendo la controffensiva ucraina “lampo” e il ritiro russo “imbarazzante”, ammette che la vittoria ucraina “è tutt’altro che certa”. Di buono c’è che sta vacillando “la diffusa opinione in Russia e fuori di essa che la Russia alla fine trionferà” e con questo successo è stata “minata l’argomentazione che circola in paesi come la Germania che dare più armi all’Ucraina porterà soltanto a un lungo stallo contro l’esercito russo destinato comunque a vincere”. Tutti però evidenziano che il successo dell’appena iniziata controffensiva ucraina è dovuto alla “intelligence Usa “che l’ha pianificata e diretta e alle armi, ai consiglieri e agli operatori occidentali che l’hanno realizzata”. Passa dunque in secondo ordine “l’apparente ritorsione” russa che nel frattempo ha colpito le strutture di energia elettrica di larga parte delle regioni a Est e Nord-Est dell’Ucraina, comprese le aree di 2500 km2 (= metà Maremma) “riconquistate” dagli ucraini. Non è per amor di polemica o per sminuire il valore dell’operazione ucraina, ma è opportuno precisare che la controffensiva è in realtà la rioccupazione di territori già lasciati dai russi e, soprattutto, dai miliziani del Donbass, esattamente come hanno fatto nella zona di Kiev e in quella di Kharkiv. Paradossalmente, questa volta le fonti d’intelligence statunitensi e britanniche “non sanno dove le truppe e le centinaia di carri armati in ritirata” stiano andando. Non è escluso che si dirigano a rinforzare i contingenti di Kherson e di Zaporizhzhia.

È una manovra vecchia come la guerra quella di superare le fasi di stallo con un movimento di truppe e intensificando il fuoco. Cedere spazio in cambio di tempo è altrettanto un classico. Piuttosto che cantare vittoria in queste fasi bisognerebbe prestare attenzione a cosa possano servire il tempo guadagnato e il vuoto lasciato.

In termini militari, il tempo serve a ricostituire le forze, alternarle, accorciare le linee di rifornimento e spostare il centro di gravità dell’attacco. Il vuoto creato prelude invece all’impiego di armi di un gradino più alto nella scala della potenza e più basso in quello della precisione, come le armi a munizionamento speciale (anche nucleare) destinate alla saturazione areale. Le truppe ucraine rientrate in quei territori corrono ora più rischi di prima, il vuoto può essere un tranello. Lo sanno bene, gli ucraini, e per questo i carri armati che avanzano sono preceduti e intervallati da macchine di civili in presunto rientro degli sfollati, ma in realtà destinati a fare da scudo.

In termini politico-strategici il tempo serve a consolidare e ricalibrare gli obiettivi da raggiungere nonché a riformulare le pianificazioni. Il vuoto, invece, serve a indicare le priorità dei guadagni territoriali valutati in base a ciò che si ritiene negoziabile e ciò che non lo è.

Per il momento sembra che gli ucraini e i cobelligeranti della Nato e degli Usa non abbiano alcuna intenzione di ragionare in termini tattici né tantomeno in termini strategici e politici. La loro priorità sembra quella di sfruttare al massimo la narrazione della guerra e non le sue prospettive.

La narrazione prevede la vittoria sempre imminente e certa sulla Russia e per questo occorre continuare a fornire armi, mezzi e personale all’Ucraina, ma soprattutto si deve enfatizzare il ruolo diretto e indiretto degli Stati Uniti e della Nato senza il quale nulla sarebbe possibile. Da un lato si dà credito all’Ucraina del successo, dall’altro lo si ridimensiona mettendo in chiaro chi ne è realmente l’artefice.

La presunta controffensiva di settembre, da tempo anticipata, coincide solo in parte con l’arrivo di nuove armi e solo in parte con un preteso rafforzamento ucraino. Più che altro, essa coincide con il bisogno statunitense ed europeo di ribadire al proprio pubblico la validità delle scelte operate, l’utilità delle risorse impiegate e la necessità dei sacrifici imposti ai cittadini dai rispettivi governi (e non dai russi).

Il successo “a tavolino” amplifica quello reale se esiste, lo “costruisce “se ne esistono solo le basi” e lo “crea” producendolo dal fango, oppure dal nulla. A questo serve la folta schiera di success makers, i fabbricanti di successi, che riempiono tutte le caselle delle organizzazioni statali e internazionali con il compito di “inventare” qualcosa che suoni sempre come un successo e bandisca dal lessico istituzionale il “fallimento”. Un mestiere difficile, ma che rende bene. Il successo, anche transitorio, del potere politico consente di guadagnare tempo per superare le difficoltà interne.

Nel caso dell’Ucraina, il presidente Biden ha così modo di avvicinarsi alle elezioni di medio-termine con un successo che gratifica non solo lui e i suoi “falchi” ma tutto il Congresso, che comunque non si accontenta di una guerra ma ne vorrebbe due. I “falchetti e le falchette” d’Europa e della Nato possono tacitare le dissidenze interne ed esterne.

I “piccioni” di casa nostra possono continuare a beccare il mais e la propaganda ucraini e il presidente Zelensky può respirare ancora per un po’ prima che qualcuno dei suoi lo faccia fuori, tacciandolo di tradimento (come già avvisato), o qualcuno dei suoi sostenitori stanchi delle sue prediche, telenovelas e televendite.

L’unico a non essere appagato dovrebbe essere il presidente Putin alle prese con i suoi “falchi” che lo vorrebbero indurre a “fare sul serio” in tutti i campi a partire da quello militare in Ucraina e con i repubblichini del Donbass che lo accusano di non fare abbastanza per la loro sicurezza. Ma anche lui potrebbe avere il proprio tornaconto e non è detto che non l’abbia considerato prima di autorizzare il “riposizionamento” delle truppe.

La manovra poteva essere l’esca per una maggiore esposizione ucraina e “occidentale” ai rischi di escalation della guerra; poteva essere un messaggio di avvertimento agli insofferenti del Donbass e della Duma su ciò che considera vitale e vincolante per la Russia, e il Donbass potrebbe non esserlo più; oppure poteva essere un messaggio agli Usa di disponibilità a negoziare, con calma, le basi di un eventuale accordo per la fine delle ostilità. Chissà. Dei tre casi, soltanto l’ultimo potrebbe costituire il vero “successo” per l’Ucraina e noi tutti e non soltanto il prodotto di qualche prezzolato “spin doctor”.

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