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Ecco perché il Regno Unito potrebbe scomparire tra vent'anni

Dopo i funerali della regina Elisabetta II in Gran Bretagna si chiude un’epoca, e i rapporti internazionali entrano in una nuova fase, che Carlo III e la premier Liz Truss dovranno gestire: per capire quale sia, abbiamo fatto 5 domande a Dario Fabbri, analista geopolitico e direttore della rivista Domino (che forse spesso avete visto nello studio della Maratona Mentana).

1. Come ha fatto la regina Elisabetta II a mantenere il prestigio della monarchia nel mondo, dall’impero coloniale al Commonwealth?

«Detto che Elisabetta II non è stata protagonista ma testimone della Storia, al di là delle qualità personali, ha avuto il grande merito della longevità: 70 anni al suo posto senza gaffe clamorose, o comunque rarissime. Questo ha consentito, all’interno del Regno Unito e nei Paesi più importanti che ancora sono legati alla Gran Bretagna come l’Australia o il Canada, di superare le differenze gigantesche che esistono tra le popolazioni che abitano questi territori».

2. La Corona è oggi a capo di 14 dei 56 Paesi del Commonwealth. In alcuni Stati caraibici, da Antigua alla Giamaica, è forte la spinta repubblicana. Perché?

«In alcuni Paesi del Commonwealth il monarca è il capo dello Stato ma solo simbolicamente, sono indipendenti dalla Corona. Nel caso dei Caraibi si tratta di ex colonie che hanno una storia di schiavitù e di odio nei confronti della Gran Bretagna, la monarchia non può che prenderne atto – Carlo, da principe, andò alla cerimonia per il distacco di Barbados lo scorso anno».

3. La Gran Bretagna ha cercato negli ultimi anni di espandersi commercialmente in Africa. Sta funzionando?

«La “Global Britain”, come la chiamano loro, va male. In cima a questo tipo di accordi avevano messo l’India, che sebbene resti legata all’Inghilterra, è un’ex colonia che la detesta. Il tentativo di ampliare la sfera d’influenza in Africa fa tenerezza: la Cina, che è un colosso, è lì da vent’anni a costruire infrastrutture, e in cambio a prendere risorse, ha praticamente il monopolio dell’area subsahariana, mentre al Nord contano più i francesi. Non c’è gara».

4. Parlando di politica interna: i separatismi di Irlanda del Nord e Scozia devono preoccupare Liz Truss e Carlo III?

«Sì perché il Regno Unito non è una nazione, a differenza dell’Italia, che pur non si sente tale. È abitato da una popolazione inglese, nettamente maggioritaria, che è germanica, che convive con altre popolazioni di origini celtiche. Queste ultime al referendum sulla Brexit votarono per restare nell’Unione Europea, mentre gli inglesi per uscire – a esclusione di Londra che però è un unicum nel Paese. La teoria dei brexiteers era infatti che restando si favorivano i separatismi, ed era meglio uscire, ma tutti insieme. Liz Truss ha il vantaggio di essere percepita “meno inglese” di

Johnson, e deve mostrarsi più ecumenica, ma che il Regno Unito tra vent’anni esista ancora non è per nulla detto. Dovrà sicuramente sfruttare la monarchia, che ha ancora un peso in Scozia».

5. In molti hanno notato la commozione scozzese per la morte della regina come antitesi al sentimento separatista. È d’accordo?

«La regina Elisabetta II piaceva agli scozzesi perché si mimetizzava. Solo prima del referendum indipendentista si è espressa in modo sibillino, invitando gli scozzesi a “pensarci bene”. E, a fine anni ’90, ha benedetto gli accordi del Venerdì Santo in Irlanda del Nord, nonostante prevedessero che quando i cattolici dell’Irlanda del Nord sarebbero prevalsi in numero, cosa che sta succedendo, avrebbero avuto diritto a un referendum per la secessione. Insomma, Elisabetta II non si intrometteva. Bisogna capire se Carlo III saprà essere così delicato, per ora è un’incognita».

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