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Ecco la fisionomia del nuovo fronte progressista Pd-5 Stelle – William Zanellato

La sconfitta elettorale del 25 settembre e le enormi difficoltà dell’opposizione, divisa in politica estera e nelle questioni nazionali, pongono il Partito democratico davanti a una scelta indifferibile: porgere la mano ai partiti di centrosinistra, e quindi al “riformismo pragmatico” di Matteo Renzi e Carlo Calenda, oppure essere trascinati nell’orbita della sinistra radicale e dei 5 Stelle di Giuseppe Conte, accettando una versione aggiornata del famoso “campo largo”.

Pd al bivio

Il futuro prossimo del Pd, in vista del Congresso che si terrà il prossimo anno, passa attraverso questa decisione. Il nuovo segretario del partito, seguito da un gruppo dirigente rinnovato, vorrà seguire i consigli “centristi” di Calenda – e magari riflettere sulle parole pronunciate da Renzi in occasione del voto di fiducia al governo Meloni?

Oppure l’obiettivo sarà quello di correggere il rapporto con il Movimento 5 Stelle e dimenticare le divergenze politiche sulla fine del governo Draghi? E ancora, il Partito democratico vorrà seguire la fantomatica “agenda Draghi” (ormai sparita dal dibattito post-elettorale), oppure chiudere la stagione dell’appoggio ai governi tecnici e affidarsi alla corrente più radicale del partito che rimpiange il governo con i grillini?

Il nuovo segretario sarà espressione della sinistra del Pd (vedi ad esempio Elly Schlein, Andrea Orlando o Michele Emiliano), oppure dell’ala riformista, come Stefano Bonaccini o Dario Nardella?

Il nuovo “campo largo”

L’esito, che si sta facendo strada nelle ultime settimane e che rimane, a nostro avviso, il più probabile nel medio e lungo periodo, è la costruzione di un nuovo “fronte progressista”. Questa volta con l’ala più radicale della sinistra postcomunista (Alleanza Sinistra Italiana–Verdi) e con la frangia maggiormente populista dell’arco parlamentare (Movimento 5 stelle).

Dalla prima lettura politica di questa possibile futura alleanza tra Dem e grillini, quello che emerge sono le grandi differenze tra i due partiti, che ovviamente ci sono e non si possono nascondere. Tuttavia, ad un’osservazione più accurata, questo progetto politico potrebbe coincidere con una visione politica ed elettorale vincente.

Le diverse sfumature in politica interna, se tenute insieme e ben distribuite, potrebbero coprire un corpo elettorale comunque contrario alle politiche di centrodestra e far emergere quelle che sono le posizioni comuni dei due partiti d’opposizione.

Il nuovo “campo largo” avrà come protagonista, da una parte il Movimento 5 Stelle, un partito che vorrà tornare ad essere espressione del grillismo della prima ora, quindi anti-establishment, anti-casta, fortemente giustizialista e pronto alla politica gridata, portavoce di una rabbia sociale diffusa tra i cittadini e giustificata dall’emergenza economica e dalla crisi energetica.

Dall’altra parte, il Partito democratico, che non riuscendo più a parlare di lavoro e sviluppo, si focalizzerà sui temi cari all’ideologia woke e ambientalista: cambiamento climatico (transizione verde), diritti civili e “inclusione”, immigrazione e antirazzismo.

Abbandono dell’atlantismo

Per quanto difficile possa essere la tenuta tra il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle di Conte, a caratterizzare questa “nuova” alleanza potrebbero essere le posizioni in ambito internazionale. La politica estera potrebbe diventare la vera bussola politica del nuovo “fronte progressista”.

La posizione atlantista tenuta da Enrico Letta sulla guerra in Ucraina potrebbe cominciare a diventare minoritaria all’interno del suo partito. La leadership molto debole del segretario del Pd non aiuta a compattare le varie correnti e molte figure del partito stanno cominciando, più o meno velatamente, ad abbandonare l’atlantismo per sposare delle idee pacifiste con suggestioni anti-Nato.

Il terreno comune, su cui fondare questa alleanza, potrebbe essere l’ambiguità in ambito internazionale: una posizione fieramente pacifista, contraria all’invio delle armi, alla deterrenza nucleare e all’allargamento della Nato, con venature più o meno esplicite di anti-americanismo e anti-occidentalismo.

Due posizioni apparentemente diverse, con alcuni punti di contatto all’interno dei confini nazionali (reddito di cittadinanza, diritti civili e giustizialismo) e un minimo comune denominatore: promuovere un pacifismo di facciata per allontanarsi dai valori occidentali, e soprattutto atlantici.

D’Alema padre nobile?

Il padre nobile di un’alleanza di questo genere potrebbe avere il nome di Massimo D’Alema. È da qualche mese, e anche nell’ultima intervista a Repubblica, che l’ex premier tesse le lodi del leader pentastellato e continua a ripetere un’idea maturata nel tempo: “Serve ricostruire un dialogo, una prospettiva, un rapporto unitario tra il Pd e il M5S di Giuseppe Conte”.

E dopo aver elogiato “il punto di riferimento progressista”, alla domanda dell’intervistatore su una possibile leadership di Conte, la volontà di D’Alema diventa ancora più esplicita: “È votato dagli operai e dalle persone in difficoltà economica più del Pd. Una parte dei progressisti ha scelto Conte”.

Non solo D’Alema. Nell’ambiente culturale del Partito democratico sono in molti a promuovere un percorso comune. Per esempio, il numero uno della Cgil Maurizio Landini, dal palco della manifestazione di Roma, ha esortato i compagni a “continuare insieme”, come a indicare una rotta comune. Nulla di diverso da ciò per cui Goffredo Bettini si batte da tempo, fin dalla svolta “giallo-rossa” di Nicola Zingaretti.

Intervistato da Mezz’ora in più, l’ex eurodeputato Dem suggerisce un ritorno al campo largo, proprio a partire dalla manifestazione di sabato scorso: “La piazza ha dato voce a tante articolazioni del pacifismo”. E sul leader pentastellato ha solo parole positive da spendere: “Conte è un compagno di viaggio, un potenziale alleato. Difende gli interessi dei ceti più deboli e ha preso più voti del Pd tra i poveri e i lavoratori”.

Verso il congresso Pd e le regionali

“Un indizio, è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno un prova”. E allora, eccone un altro. A ben vedere, la manifestazione di sabato a Roma per la “pace” potrebbe essere un preludio del campo largo 2.0. Il dialogo tra Giuseppe Conte ed Enrico Letta non c’è stato e non ci sarà, ma nulla preclude un riavvicinamento dopo il rinnovamento del quadro dirigenziale del Partito democratico.

La scelta, come dicevo, non si può rimandare. Il congresso del partito si svolgerà nella primavera del 2023, le candidature sono ancora tutte sul tavolo e dal dibattito politico che dovrebbe accompagnare lo scontro per la leadership dovrà emergere un quadro di alleanze organiche volte a promuovere una certa idea di società, alternativa alla maggioranza di governo.

Le elezioni regionali in Lazio e in Lombardia, previste per l’inizio del prossimo anno, pretendono delle scelte sui candidati da appoggiare e quindi sulle alleanze da formare. Da quanto risulta, per il ruolo di presidente della Regione Lombardia, il Partito democratico sembra orientato verso un parere negativo sulla candidatura di Letizia Moratti, ex esponente del centrodestra ora in quota Terzo polo.

In vista di questi appuntamenti elettorali e politici i nodi probabilmente verranno sciolti.

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