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Dalla Fed alla Bce, l’inflazione ha dato scacco matto alle nostre banche centrali?

Prosegue, e si intensifica, la rincorsa delle banche centrali ad alzare aggressivamente i tassi d’interesse per piegare un’inflazione che appare cocciutamente elevata. La Federal Reserve ha alzato per la terza volta consecutiva i tassi di 75 punti-base ma soprattutto ha mostrato, attraverso le sue previsioni economiche periodiche e l’ormai famigerato diagramma a punti (che indica le previsioni dei suoi membri sui tassi), che la strada della stretta è ancora lunga e dolorosa e che il cosiddetto terminal rate, cioè il picco atteso nei tassi ufficiali, continua ad innalzarsi.

Federal Reserve Chair Jerome Powell speaks at a news conference Wednesday, Sept. 21, 2022, at the Federal Reserve Board Building, in Washington. Intensifying its fight against chronically high inflation, the Federal Reserve raised its key interest rate by a substantial three-quarters of a point for a third straight time, an aggressive pace that is heightening the risk of an eventual recession. (AP Photo/Jacquelyn Martin)

Nella conferenza stampa il presidente Jerome Powell ha usato parole di ferma determinazione e anche vagamente inquietanti, come quando ha detto «non ci fermeremo sin quando il progetto sarà compiuto», inteso come l’eradicazione dell’inflazione.

Prosegue quindi la trasformazione dell’uomo che un anno fa di questi tempi, in attesa di conferma, vedeva l’inflazione come fenomeno transitorio e che ora segue le orme di colui che è ormai figura iconica della disinflazione: il suo predecessore Paul Volcker, che pure compì l’errore di allentare la prima stretta solo per doverla riprendere successivamente a costi più elevati.

A un certo punto, Powell ha anche fatto il verso a Mario Draghi, con quel «it will be enough to restore price stability».

Un momento distopico riecheggiato, dal versante della Bce, dall’intervista alla nuova “leader informale” dell’Eurotower, Isabel Schnabel, che ha detto che verrà fatto “whatever is needed” (tutto quello che è necessario) per piegare l’inflazione, non prima di aver ribadito che alla base di tutto c’è uno shock di offerta più che la forza della domanda.

Questo non significa che le banche centrali possano e debbano restare ferme e attendere che passi la nottata, perché un’inflazione persistentemente elevata rischia di radicarsi nelle aspettative degli agenti economici.

Malgrado questa attenuante, i guardiani della moneta appaiono in evidente difficoltà, soprattutto di comunicazione.

Scacco matto

La sensazione è che la realtà stia presentando un conto salatissimo alle formule magiche con cui in passato siamo semplicemente stati fortunati, nella gestione della politica monetaria.

Un articolo dell’economista Daniela Gabor sul Financial Times, nel frattempo diventato assai citato, ha descritto in modo plastico la condizione attuale delle banche centrali ricorrendo a un termine tedesco usato negli scacchi: Zugzwang.

La situazione in cui un giocatore deve necessariamente muovere i propri pezzi sapendo che, comunque vada, subirà scacco matto o una rilevante perdita di materiale entro poche mosse successive.

La stretta sincronizzata delle banche centrali, ma soprattutto il cosiddetto “front loading”, cioè caricare in un ristretto arco temporale i rialzi dei tassi, a fronte di un andamento dell’economia ancora piuttosto resiliente, è un volo cieco, dati i ritardi con cui la politica monetaria impatta sull’economia reale.

Da un certo momento, potrebbe verificarsi un collasso dei livelli di attività. Sono le reazioni non lineari che tanto spiazzano la mente umana, abituata a ragionare in modo lineare.

Nel frattempo, malgrado questa vera e propria furia panicata delle banche centrali (unica eccezione, il solito Giappone), i modelli econometrici continuano a produrre esiti di frenata congiunturale in complesso blanda. C’è da augurarsi che le cose vadano davvero in questo modo ma c’è motivo di preoccupato scetticismo.

Soprattutto, questa aggressività da rincorsa monetaria, che deve riportare i tassi reali in territorio positivo, mette a rischio i debitori di tutto il pianeta, emergenti e sviluppati.

In Eurozona, il riferimento abituale è all’Italia, che ogni anno rinnova circa un settimo dello stock di debito e che è tristemente abbonata all’effetto “palla di neve” negativo, quello in cui la crescita nominale è inferiore al costo medio del debito, che quindi si autoalimenta.

Arriviamo all’ennesimo “appuntamento elettorale col destino” con programmi che, con le loro mirabolanti promesse di spesa per centinaia di miliardi in assenza di copertura, a questo giro hanno un ciclo di vita ancora più breve del solito, presentandosi come carta straccia ancor prima dell’apertura delle urne.

Nessuna speranza per gli adoratori del dio dello scostamento di bilancio e uno scudo anti-spread che è pressoché inutilizzabile, per il modo in cui è stato costruito. 

Si prepara l’ennesimo risveglio ruvido. Tempi duri, per i troppo creduli.

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