Cronaca

Covid19 fase 2 in Europa attenzione alle “riaperture differenziate”

Mentre tutta Europa “riapre”, il dibattito si è ormai spostato sulle possibili discriminazioni tra paesi europei. Non è un mistero che i paesi europei siano stati colpiti in maniera diversa dal virus, sia in termini assoluti che pro capite. E, mentre tutti sembrano ormai aver raggiunto il picco epidemico di nuovi casi e decessi, vi sono arrivati a velocità diverse e la loro situazione sta migliorando più o meno rapidamente. Tutti, inoltre, sono in attesa di capire se e quando si registrerà un’inversione di tendenza causata dall’allentamento delle misure di lockdown.  Questo significa che limitazioni ai movimenti delle persone e delle merci sono e saranno rimosse in maniera graduale e differenziata. E questo, a sua volta, potrà avere ripercussioni sulla capacità di ciascun paese (e delle imprese al suo interno) di commerciare in beni e servizi verso l’estero.

Il grafico qui sopra mostra l’esposizione di ciascun paese europeo a possibili shock commerciali. In verticale, sull’asse delle ordinate, i paesi che fanno parte dell’Unione europea (più il Regno Unito) sono stati disposti in funzione dell’importanza che le loro esportazioni hanno per il Pil del paese. Si va dal 122% dell’Irlanda a valori vicini al 30% del Pil per Regno Unito, Italia e Francia. In orizzontale, invece, i paesi europei sono stati disposti in ordine di “integrazione commerciale europea”, ovvero di quanto esportino tra di loro rispetto a quanto facciano verso il resto del mondo. In questo caso si va dal 24% di Cipro all’85% della Slovacchia. I dati di sintesi a livello europeo non svelano nulla di nuovo o sensazionale: i paesi UE27+UK scambiano tra loro i due terzi dei beni e servizi (in valore), mentre le esportazioni contano in media per il 47% del loro Pil, ovvero 7.900 miliardi di dollari.

Dal grafico si intuisce tuttavia che è possibile suddividere i 28 paesi europei in tre grandi gruppi: i paesi il cui export non è fortemente integrato a livello europeo; quelli il cui export è fortemente integrato, ma per i quali le esportazioni non influiscono in misura eccessiva sul benessere interno; e, infine, quelli con un export fortemente integrato e con una forte “dipendenza” dalle esportazioni. Come si può facilmente notare, al primo gruppo (quello dei “non integrati”) appartengono solo Cipro, la Svezia e il Regno Unito.

Segue un secondo gruppo di grandi paesi, come Italia, Germania, Francia e Spagna, che commercia in misura molto forte con gli altri paesi europei ma il cui Pil non dipende in misura eccessiva dalle esportazioni – malgrado il Pil tedesco vi dipenda in maniera nettamente più elevata (47%) di quello italiano (32%) o francese (31%).

C’è infine un terzo gruppo di paesi di dimensioni relativamente più modeste, fortemente dipendenti dalle esportazioni e altrettanto strettamente integrati a livello europeo. Vi fanno parte paesi come il Belgio, i Paesi Bassi, l’Irlanda o quelli del gruppo di Visegrád.

L’appartenenza a uno di questi tre gruppi indica il grado di vulnerabilità ad “aperture differenziate” al commercio internazionale tra paesi europei. Il problema della ripresa differenziata delle esportazioni può insorgere per due motivi. Da un lato, può banalmente accadere che un paese stia ancora adottando misure di lockdown, o di uscita graduale dall’interruzione della produzione, che ovviamente fermano o frenano le sue esportazioni mentre quelle altrui sono già in ripresa. Dall’altro, un rallentamento dell’export può essere conseguenza del fatto che alcuni o tutti i paesi europei destinatari di merci o servizi continuino a imporre forti limitazioni ai loro movimenti, controllando le proprie frontiere in misura differenziata a seconda della provenienza del bene in ingresso per paura di importare anche il coronavirus assieme a beni o servizi.

Le “aperture differenziate” sono un problema perché rischiano di avvantaggiare alcuni paesi a discapito di altri. Per questo, come raccontavamo settimana scorsa, ci sarebbe bisogno di attuarle seguendo criteri omogenei e condivisi, quantomeno a livello europeo, per non correre il rischio di creare asimmetrie non giustificate che approfondirebbero i malumori tra governi europei. In un periodo in cui la “fetta di torta” del commercio internazionale si riduce per tutti, una diminuzione asimmetrica non giustificata dai fondamentali ma da chiusure al commercio avrebbe lo stesso effetto di un dazio o di un’imposizione di quote all’esportazione, in netta contrapposizione rispetto ai principi del mercato unico e persino dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Una speranza nasce tuttavia da una considerazione. Se è vero che i paesi europei scambiano tra loro due terzi dei beni e servizi che esportano, è anche vero che molti di questi beni sono prodotti semilavorati, che provengono da catene del valore fortemente integrate a livello internazionale e che vengono scambiati più di una volta proprio tra paesi europei. Insomma, se chiudono fabbriche in Italia, non è detto che la Germania o la Francia se ne avvantaggino. Non è un caso che gli industriali tedeschi si siano schierati a favore della proposta franco-tedesca sul Recovery fund da 500 miliardi: la consapevolezza è che un danno a un altro paese europeo può trasformarsi in un danno a tutti. Ed è proprio quello che criteri omogenei e condivisi di riapertura vorrebbero scongiurare.

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