corsa-al-csm,-le-toghe-non-vogliono-mollare-il-potere-–-il-riformista

Corsa al Csm, le toghe non vogliono mollare il potere – Il Riformista

Le prime elezioni del dopo-Palamara

Tiziana Maiolo — 14 Settembre 2022

Corsa al Csm, le toghe non vogliono mollare il potere

“Delenda Cartabia”, non pare essere una parola d’ordine che ha stuzzicato solo il candidato Scarpinato. Ben altri candidati, in una tornata elettorale che tiene in ansia il mondo delle toghe, hanno il batticuore perché è in gioco non solo la loro elezione ma anche il loro potere. O almeno, questo è quel che temono. Domenica 18 e lunedì 19, una settimana esatta prima delle urne politiche, si apriranno quelle per l’elezione del Consiglio Superiore della Magistratura. Solo dei rappresentanti di giudici e pubblici ministeri, però, dipendendo la quota politica (quella ufficiale, in realtà sono tutte scelte politiche) da un Parlamento che si insedierà solo a metà ottobre.

L’agitazione è tanta, perché il prossimo Csm sarà quello vero del dopo Palamara, perché dovrebbe essere quello del superamento delle correnti, pur se la riforma del ministro non ha dato un vero e radicale segnale di svolta, rinunciando a introdurre il sorteggio. Ma a prescindere dal sistema elettorale, è proprio il complesso delle riforme Cartabia, e soprattutto la parte che riguarda l’ordinamento giudiziario, a preoccupare la parte più corporativa e più politicizzata della magistratura. Perché la prima patata bollente che il nuovo Consiglio si troverà tra le mani, se le commissioni giustizia di Camera e Senato nei prossimi giorni riusciranno a portare a termine il lavoro sui decreti attuativi, sarà proprio la riforma Cartabia. Quella sul processo civile, sul processo penale, e anche sull’ordinamento giudiziario. L’attuale Csm ha già mandato un brutto segnale al Parlamento, quando ha sollevato davanti alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione contro il rifiuto del Senato di considerare come legittime le intercettazioni telefoniche nei confronti del parlamentare Cosimo Ferri. E’ la famosa vicenda del trojan inserito nell’utenza di Luca Palamara e della riunione tra magistrati a politici all’hotel Champagne di Roma.

Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, che proprio due giorni fa la Consulta ha deciso di accogliere, non è mai un gesto distensivo da parte di chi lo propone. Soprattutto quando forse ci si sarebbe aspettato che il Csm avviasse invece azioni disciplinari nei confronti di chi, violando l’articolo 68 della Costituzione, aveva intercettato un senatore. Anche se in forma indiretta, ma si sarebbe dovuto immediatamente spegnere il meccanismo quando ci si fosse resi conto della violazione. Cosa che non è stata fatta, mentre lo stesso trojan si era opportunamente inceppato in altre circostanze. Se i nuovi concorrenti a quei seggi del Csm pensano di continuare a mantenere questi livelli di conflittualità con il mondo politico, il dopo-Palamara si prospetta peggiore del passato. Per almeno due buoni motivi. Uno è di tipo culturale. Davanti a sondaggi che esplicitamente danno un sostanziale vantaggio elettorale al centrodestra, si stanno già facendo circolare assurdi “babau” non solo sulla prospettiva di una futura riforma per introdurre il presidenzialismo, ma anche su presunte intenzioni di due piccoli colpi di Stato dei vincitori. La conquista, a colpi di maggioranza, del Csm e della Corte Costituzionale. All’ex ministro Flick e al costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti ha già risposto benissimo ieri sul Riformista il professor Di Federico.

Ma per essere più terra-terra, vorremmo distribuire pallottolieri anche al solito Travaglio, che evidentemente oltre a non capire niente di giustizia non mastica neanche la matematica. Ma se i magistrati eleggono i due terzi dei membri del Csm e il Parlamento l’altro terzo, come può il vincitore delle elezioni politiche, anche ammesso che voglia abbandonare il consueto fair play nei confronti di chi ha perso, conquistare il Csm? Lo stesso discorso vale per la Consulta, di cui comunque dovranno essere eletti quattro membri solo alla fine del 2024. Se questa è la parte più direttamente politica di quel che si agita nel mondo dei partiti e anche delle toghe (quelle di sinistra si preoccupano anche di diritti che a parer loro verrebbero meno se vincesse il centrodestra), è proprio il “delenda Cartabia” a correre di bocca in bocca nella campagna elettorale per il voto di domenica e lunedì prossimi. Votate per noi, dicono i candidati, e vi garantiamo che, quando la riforma (quella che Travaglio chiama schiforma, interpretando il giudizio dell’Anm) arriverà al Csm per il nostro parere, la faremo a pezzettini. Sarà solo un segnale, ma che segnale. Un lungo documento di Area, la sigla sindacale che racchiude le correnti di sinistra della magistratura, elenca puntigliosamente i propri “babau”: La gerarchizzazione degli uffici, la separazione delle carriere, “l’introduzione di nuove forme di responsabilità civile idonee a condizionare seriamente la serenità del giudicare”. A proposito di serenità: sarebbe questo il nuovo modo di superare la vergogna di cui si è coperta una parte della magistratura dopo le denunce di Palamara? E la mano tesa a Parlamento e Governo?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

© Riproduzione riservata

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.