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Cingolani torna indietro su gas e rinnovabili. La sua Italia va a carbone

Il ministro della Transizione ecologica “CingolEni”, come lo hanno definito gli attivisti del Coordinamenti NoTriv, in realtà finora non è riuscito ad aumentare le estrazioni di gas in Italia come promette da mesi. Mentre l’inverno sta arrivando e Vladimir Putin ha ridotto i flussi di gas dalla Russia al minimo, il ministro ha deciso di ricorrere al carbone chiedendo al gestore di rete Terna di massimizzare l’utilizzo delle centrali.

Il governo aveva stabilito per decreto che sarebbe intervenuto un incremento della produzione nazionale dai pozzi già attivi per mettere in campo la vendita di gas a prezzi agevolati per le industrie. A frenare però non sono gli «ambientalisti ideologici» e «radical chic», come li ha definiti il ministro, ma il fatto che le compagnie petrolifere che raccolgono extraprofitti milionari non sono certe che sia abbastanza conveniente. Le compagnie che stanno valutando vanno da Eni a Shell a Total.

L’ipotesi che circolava al Gestore dei servizi energetici, attualmente incaricato di gestire le estrazioni in più per favorire le industrie, era che Roberto Cingolani se ne sarebbe occupato con il nuovo decreto aiuti per le bollette rendendo chiari gli incentivi economici per evitare che i bandi vadano ancora deserti.

Il 13 settembre aveva annunciato «un decreto da 2 miliardi di metri cubi di gas di produzione italiana a prezzo molto basso». A oggi però il ministro, mentre il presidente del Consiglio Mario Draghi cerca di fare quadrare i conti, non si è mosso.

I bandi

Il Gse ha pubblicato quest’estate, a luglio e ad agosto, due bandi sul proprio sito internet per gli operatori titolari di concessioni di coltivazione sulla terraferma e in mare, invitandoli a manifestare il proprio interesse a partecipare alla procedura per l’acquisto a lungo termine, da parte del  gestore appunto, di gas naturale di produzione nazionale.

L’avviso era rivolto ai titolari di impianti di coltivazione che siano situati in tutto o in parte in aree considerate compatibili dal Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai), anche se aree improduttive o in condizione di sospensione volontaria delle attività. 

Entro trenta giorni lavorativi dalla pubblicazione dell’invito, gli operatori avrebbero dovuto inviare la propria risposta. La manifestazione di interesse non sarebbe stata vincolante fino alla sottoscrizione del contratto di vendita a lungo termine al Gse, ma nel dubbio non si è presentato nessuno.

In questi giorni si parlava di proroga, ma attualmente non è stata nemmeno segnalata, una situazione di confusione dovuta in parte al cambio di governo che incombe, ma anche al grande caos che si è venuto a creare tra gli attacchi hacker prima del ministero della Transizione ecologica e poi del Gse. Episodi su cui si teme la mano russa e sui cui sta indagando l’antiterrorismo.

Le rinnovabili

Diventa sempre più probabile che queste questioni, decreto o no passino al prossimo esecutivo. Intanto con le mosse finali il governo uscente cerca di accelerare sull’installazione delle rinnovabili. Il Consiglio dei ministri insieme al decreto Aiuti ter ha approvato l’autorizzazione a proseguire nella realizzazione di sei impianti eolici (quattro in Puglia, uno in Sardegna, uno in Basilicata) per oltre 2.185 MW autorizzati. Oltre a questo, il decreto prevede che il ministero dell’Interno si prepari a utilizzare direttamente o in concessione i beni demaniali o a qualunque titolo in uso al medesimo ministero, per installare impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, ricorrendo anche alle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Allo stesso modo apre alla creazione di comunità energetiche rinnovabili, ipotizzando che l’energia prodotta possa essere usata anche da altri.

Il carbone

Nonostante le nuove misure, la situazione energetica resta più che mai incerta. Mentre il gas promesso non arriva e i nuovi impianti per le fonti energetiche rinnovabili partono in ritardo, quel che è certo che è tornato ancora una volta il carbone. Da quando Draghi nel suo discorso all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina aveva annunciato che l’Italia sarebbe stata pronta farne uso in caso di emergenza, sono passati sette mesi. Il primo settembre il Mite ha chiesto a Terna di massimizzare l’utilizzo delle centrali a carbone, a olio combustibile, a olio vegetale – ma che, racconta Staffetta Quotidiana verosimilmente funzioneranno a gasolio – con l’obiettivo di contenere i consumi di gas naturale. L’Autorità per l’energia il 13 settembre ha firmato la delibera per stabilire che per il servizio le centrali saranno pagate come unità essenziali e contemporaneamente che non si approfittino del momento di bisogno esercitando il loro potere di mercato. In mancanza di gas e rinnovabili, carbone sia.

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