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Areale, anche la Cop27 dice addio a 1.5°C?

Questo è un nuovo numero della newsletter serale dalla COP27 di Sharm El Sheikh, in Egitto. Oggi si parla del grande scudo assicurativo climatico, dell’arrivo del ministro Pichetto Fratin, delle prospettive 1.5°C, della posizione dell’India

Ciao, tu. Buonasera da Sharm El Sheikh, Egitto. La seconda settimana di COP27 è iniziata oggi e quindi mancano… quanti giorni mancano alla fine? Ufficialmente, ne mancano quattro: da calendario l’ultimo giorno è venerdì 18 novembre. La prima regola della COP però è che non si chiude mai quando si dovrebbe chiudere.

L’anno scorso sforammo la deadline di quasi ventiquattro ore per raggiungere un testo finale condiviso, quello che sarebbe passato alla storia come Glasgow Climate Pact. Quest’anno la presidenza egiziana ha promesso di mandarci tutti a casa in tempo, venerdì si chiude, sabato liberi. Non ci punterei tutti i soldi che possiedo, ecco. D’altra parte, un altro principio della diplomazia è: «Nothing is agreed until everything is agreed». Niente sarà deciso finché tutto non sarà deciso: dovrebbe valere per tutte le relazioni umane, per altro.

Cominciamo. 

Lo scudo assicurativo contro la crisi climatica

La notizia di oggi è che il G7, come un abile venditore porta a porta, è arrivato alla COP27 a proporre polizze assicurative. Oggi è stata presentata dalla Germania (che ha la presidenza del G7, da cui viene la prima ideazione) e dal Ghana (che ha la presidenza del V20, il gruppo dei paesi più vulnerabili alla crisi climatica) la proposta di istituire uno strumento chiamato Global Shield, basato sul principio che i paesi possano uscire dalla propria fragilità climatica stipulando gigantesche polizze assicurative ad hoc con l’aiuto delle grandi economie.

È paradossale, perché Alok Sharma (che era il presidente di COP26) ha iniziato un suo intervento qui a Sharm dicendo proprio l’opposto: interi settori delle nostre economie ormai sono impossibili da assicurare. Altro paradosso: le compagnie assicurative hanno smesso di vendere polizze contro gli incendi in alcune zone della California e contro i disastri in Florida, perché troppo rischiose, eppure questa proposta viene fatta su una scala molto più grande a paesi che non chiedono polizze ma:

1) molti più fondi per l’adattamento (per prepararsi)

2) risarcimenti per i danni e le perdite (per quando non è stato possibile prepararsi).

A presentare il Global Shield è stata Svenja Schulze, ministra tedesca della cooperazione economica e dello sviluppo. Schulze ha esordito con una dotta citazione musicale: «Il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres ha parlato di highway to hell, citando gli AC/DC, questo strumento che presentiamo invece è un bridge over troubled water», un ponte sopra acque agitate, citazione di Simon & Garfunkel. La Germania, come chi ti regala un portafogli e ci inserisce una monetina dentro, ha messo una dotazione di 170 milioni di euro al Global Shield (solo per adattarsi, servono 300 miliardi l’anno, per dare la scala). Altre adesioni iniziali: Canada, Irlanda e Danimarca con 40 milioni di euro ciascuno. I primi riceventi di questi pacchetti, nei prossimi mesi, saranno Bangladesh, Costa Rica, Fiji, Ghana, Pakistan, Filippine e Senegal. Non si sa però ancora bene cosa copriranno, come funzioneranno, queste polizze del Global Shield. La Germania ha promesso che le soluzioni assicurative saranno cucite su misura, paese per paese e rischio per rischio, che includeranno strumenti pratici come sistemi di early warning (ottimo) e che questa proposta non vuole annacquare il discorso sui risarcimenti per i danni e le perdite (spoiler: è assolutamente un modo per annacquare il discorso sui risarcimenti per i danni e le perdite, una specie di scappatoia politica e finanziaria).

La proposta è stata accolta con freddezza dal fronte del loss and damage. È un’idea ambiziosa, magari anche visionaria, questa Grande Polizza Climatica per il mondo, ma ci sono dei problemi, e ce ne sono anche se per un attimo fingiamo che non sia un modo per evitare il tema dei risarcimenti climatici. Lo dice bene Harjeet Singh di Climate Action Network: «Se faccio un incidente stradale ogni giorno, nessuno mi farà mai firmare una polizza assicurativa». Ecco. Funziona così in generale: io mi assicuro nell’eventualità che qualcosa di brutto mi accada, non nella certezza che quell’evento prima o poi accadrà. Inoltre, ci sono una serie di danni e perdite più difficili da assicurare, perché sono lenti, come la desertificazione o l’innalzamento del livello del mare, o immateriali, come la scomparsa di lingue, culture, tradizioni, civiltà. E poi la scala: come si fa ad assicurare un mondo che avrà danni tra i 300 e i 500 miliardi di dollari ogni anno a partire dal 2030 e che rischia di arrivare ai triliardi dal 2050? Questo sarà uno strumento utile se ne verranno compresi i limiti, se non sarà presentato come un proiettile d’argento per risolvere tutte le conseguenze della rivoluzione industriale.

Anche COP27 vuole dire addio a 1.5°C?

Forse ricorderai il rapporto Unep sul fatto che siamo lontanissimi dall’essere in grado di contenere l’aumento della temperatura entro 1.5°C.

Forse hai anche presente la copertina recente dell’Economist: diciamo addio a 1.5°C.  

Già?

Un anno fa proteggere questo obiettivo era l’orizzonte principale della COP26 di Glasgow e del G20 di Roma. «Tenere in vita 1.5°C», con questo pensiero in mente eravamo andati in Scozia. Ora sembra passato un decennio e secondo Simon Evans, policy editor di Carbon Brief, alcune parti (nel senso di conferenza delle parti, quindi si legge: alcuni paesi) spingono perché nel testo finale di COP27 si parli di obiettivo 2°C e non più di 1.5°C. Anche al G20 di Bali non c’è stato consenso su un testo finale che menzionasse la soglia più sana e auspicabile di 1.5°C. L’accordo di Parigi dice che dobbiamo riuscire a tenerci «ben sotto 2°C e il più possibile vicini a 1.5°C», cita entrambi i numeri, che non sono cifre magiche o soglie miracolose, ma obiettivi politici basati sulla scienza e come tali devono essere letti.

Da un lato, capisco la lettura realistica: accettare che non stiamo riuscendo a rimanere sotto 1.5°C e mettersi un obiettivo più raggiungibile: stare sotto 2°C e lasciar perdere il resto. Dall’altro, i target – nella politica e nella vita – funzionano come asticelle, la vita è sempre un negoziato tra ambizione e possibilità, io spero di prendere 30 a un esame così magari arrivo a 28, rischia di funzionare così anche per l’obiettivo 1.5°C: più abbassi l’ambizione, più abbassi il risultato. E dobbiamo tenere conto del livello di sconforto e del senso di sconfitta che ci sarebbero se da una COP come questa uscisse il ridimensionamento di quelli che solo un anno fa erano i nostri obiettivi non negoziabili. Sono numeri, e magari ti confonde questo rimpallo delle stesse due cifre nel giro di dieci righe, però sono i numeri politicamente ed esistenzialmente più importanti del mondo.

Tra 1.5° e 2°C ballano differenze ecologiche drammatiche (2°C per esempio vuol dire addio al 90 per cento delle barriere coralline del mondo, e sarebbe ironico condannare a morte il reef proprio a Sharm El Sheikh, quello stesso ecosistema dove probabilmente i delegati hanno fatto il bagno nella domenica di riposo). E tra 1.5° e 2°C ballano anche differenze politiche enormi, sono mondi diversi, speranze diverse, prospettive diverse. Forse davvero ci sono ormai poche possibilità di tenere il riscaldamento di questo pianeta entro 1.5°C, ma quelle poche possibilità rappresentano vita o morte, futuro o povertà, cibo o fame, acqua o sete per miliardi di persone, e abbandonare questo obiettivo oggi, ora, in Egitto, darebbe al mondo un senso di sconfitta devastante, con conseguenze impossibili da prevedere.

Sussurri e grida verso il finale

Siamo nella fase dei sussurri, le bozze della decisione finale iniziano a circolare: oggi è arrivata la prima, è davvero un testo di lavoro e non ha un particolare senso parlarne, se non per segnalare che si menziona un fondo per i danni e le perdite (sarebbe una vittoria enorme, ma è presto, davvero presto). Però ci sono degli smottamenti in atto.

Come a Glasgow, il ruolo politico dell’India (terzo emettitore globale) sta diventando sempre più decisivo. Partiamo da una serie di numeri interessanti. Secondo uno studio di Energy & Climate Intelligence Unit gli emettitori globali principali (UE, Usa, Cina e India) sono nella traiettoria per ridurre le emissioni in misura maggiore rispetto ai loro obiettivi ufficiali. Ci sono dei bagliori di possibilità.

La Cina quest’anno ha installato un’enormità di rinnovabili: 165 GW, più 25 per cento rispetto all’anno precedente. I veicoli elettrici venduti sono stati 6 milioni, il doppio dell’anno precedente. Il solare negli Usa sta correndo, nel 2030 potrebbe generare l’85 per cento dell’elettricità. L’Unione Europea sta per aumentare il suo impegno al 2030 dal 55 per cento al 57 per cento. In India il settore energetico si sta trasformando velocemente: il carbone, prima ancora che con gli impegni politici, potrebbe andare fuori mercato perché perde senso economico. il loro net zero al 2070 non è irrealistico.

Insomma, ci sono anche delle buone notizie in circolo che non si vedono (e spesso non vengono annunciate, come ti dicevo ieri) dentro la COP. Forse è davvero presto per abbandonare l’obiettivo di 1.5°C. È importante una posizione indiana che sta trapelando in questi giorni a Sharm El Sheikh: la richiesta inserire nel testo finale il phase-down di tutte le fonti fossili, non solo il carbone, ma anche petrolio e gas. È tattica politica, ma è anche un modo per stanare l’ipocrisia dei paesi occidentali, che hanno individuato nel carbone il «Grande Nemico» (giustamente, visto che è la fonte più inquinante) ma tengono ancora al riparo l’energia che oggi gli fa più comodo, quella che usano, estraggono e vendono ancora in abbondanza: il gas e il petrolio. Sono spallate diplomatiche, tentativi di riposizionamento su quelli che saranno i tre grandi temi per la decisione finale.

Ricapitoliamo le tre questioni decisive sull’esito di COP27.

1) Che cosa dirà il testo di COP27 sul limite di temperatura: proviamo ancora a salvare 1.5°C o no?

2) Che cosa dirà sui combustibili fossili?

3) Che cosa ci sarà sui danni e le perdite?

Su quest’ultimo fronte un po’ di cose si muovono, nonostante tutto: l’inviato americano per il clima John Kerry ha detto che la delegazione americana è pronta a discuterne nel dettaglio. Esercizi di cucitura delle fratture.

È arrivato il ministro Pichetto Fratin

Oggi a Sharm El Sheikh è arrivata anche la delegazione ministeriale italiana, compreso il ministro per l’ambiente e la sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, che ha fatto incontri bilaterali con Cuba e l’Ucraina, ha partecipato a un panel sulla digitalizzazione, ha dovuto accettare con stile che il padiglione italiano fa ancora riferimento al vecchio Ministero della transizione ecologica (come cambiano le cose). Col passare dei giorni il ruolo dell’Italia dovrebbe diventare più chiaro, tra gli osservatori al momento si fa fatica a capire quale sia il ruolo dell’Italia nelle questioni cruciali, come quelle finanziarie. Qui intanto c’è un’intervista di Alberto Giuffrè di SkyTG24 al ministro, in cui Pichetto Fratin sposa la causa del Global Shield, ammette (ed è interessante) che siamo all’inizio della fine del gas come fonte di energia, ma ci prospetta un finale ancora piuttosto lungo, un lungo addio al gas. Immancabile il riferimento al nucleare di nuova generazione.

Per stasera da Sharm El Sheikh è tutto. Su Domani di domani (…, lo so) in edicola c’è un mio lungo racconto su come questa COP27 sta cambiando i movimenti per il clima (altrimenti lo puoi leggere già ora qui). Se hai voglia di scrivermi, l’indirizzo è ferdinando.cotugno@gmail.com, se ti trovi in Egitto scrivimi a ferdinando.cotugno@proton.me.

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