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Afghanistan, un anno dopo, Madina:« Non dimentico la paura dei giorni in aeroporto»

Un anno fa, lo scorso 15 agosto, i talebani entravano a Kabul per riprendere il potere, spingendo migliaia di persone alla fuga in aeroporto. Oggi, la situazione nel paese è critica, le Nazioni Unite hanno stimato che il 97% della popolazione afghana vive già sotto la soglia di povertà e che due bambini su tre, ovvero più di 13 milioni, hanno un disperato bisogno di aiuti umanitari.

Un anno fa, in poco meno di dieci giorni i talebani hanno ripreso tutto il Paese. Le immagini di quelle ore le ricordiamo tutti. L’ingresso a Kabul con le armi spiegate, la comparsa dei check point ovunque, la fila lunghissima di auto in marcia verso l’aeroporto di Kabul e per uscire dal Paese. I morti all’aeroporto, i corpi di uomini cadere nel vuoto dopo essersi aggrappati al carrello di un aereo in partenza. Le donne in lacrime, di nuovo con il volto coperto dal burqa, le richieste d’aiuto all’Occidente, il grido: «Non lasciateci sole». Tra loro, c’era Madina Hassani, 27 anni. Durante l’occupazione talebana è rimasta nascosta con le sue sorelle inviando quotidianamente appelli, tramite Nove Onlus, alle televisioni italiane fornendo una cronaca lucida e dettagliata degli eventi e delle future conseguenze dell’invasione. Ha collaborato all’evacuazione da Kabul contribuendo al coordinamento dell’operazione Fazzoletto Rosso, effettuata dall’Associazione in collaborazione con il governo italiano. 

Cosa ricordi del tuo arrivo in Italia lo scorso agosto?

«Non ho dimenticato quella paura che ho avuto appena i talebani hanno preso il potere in Afghanistan, e ogni volta che leggo o guardo qualcosa che riguarda l’Afghanistan, l’unica cosa che mi viene in mente sono le difficoltà che tutti abbiamo dovuto affrontare durante l’evacuazione per raggiungere l’aeroporto Kabul. Il volto di donne e bambini con le lacrime agli occhi, disperati, la voce di persone che chiedono aiuto e soccorso, la strana sensazione sui volti di tutti mista a paura e speranza sono ancora nella mia mente anche se ormai è passato un anno. Penso che rimarranno nella nostra memoria e nella nostra mente per sempre».

 

Come è cambiata la tua vita in Italia oggi?

«Prima di lasciare l’Afghanistan ho lavorato con l’organizzazione Nove Onlus, su progetti di emancipazione femminile, ero molto felice e piena di speranza nell’aiutare le donne a conquistare la loro indipendenza. Avevamo sviluppato un servizio di mobilità femminile chiamato Pink Shuttle-Banu Bus per il quale avevo la responsabilità del coordinamento: era il primo e unico programma in cui le donne si avviavano alla guida come possibilità di carriera autonoma, a beneficio esclusivo delle altre donne. Il Pink Shuttle, creato anche grazie all’intervento di OTB Foundation, ha segnato una vera rivoluzione culturale, ha fortemente contribuito a trasformare la mentalità nel paese accelerando il cambiamento. Ma con il ritorno dei talebani e con l’evacuazione in Italia, tutti i nostri sogni a Kabul sono naufragati».

Ti senti al sicuro oggi?

«In Italia mi sento al sicuro dai talebani e dalle atroci restrizioni che hanno imposto alle donne, ma non riesco a sentirmi separata dalle altre donne che stanno ancora vivendo sotto questa pressione in Afghanistan, private dei diritti essenziali».

Cosa fai qui?

«Oggi ho vinto una borsa di studio e potrò frequentare l’università di Roma Tre, finalmente ho ripreso a lavorare con Nove Onlus. Grazie a loro sono molto felice e mi ritengo fortunata ad avere ancora la possibilità di lavorare per la mia gente e il mio Paese, pur essendo lontana. Sono coinvolta nel progetto di inserimento socio-economico delle persone evacuate insieme a me, oltre l’accoglienza, seguo anche le attività in essere in Afghanistan».

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